domenica 10 aprile 2011

Arancia Meccanica

E' meglio un mondo malvagio che un mondo senza scelta dicono gli scrittori.
Forse sono l'unica a non simpatizzare troppo per il libero arbitrio.
Preferirei il determinismo alla contingenza. Almeno non ci sono se e ma, niente rimorsi, zero occasioni perdute. Niente illusioni.
Ma io chi sono per parlare di queste cose?
Nessuno, e forse nell'essere nessuno mi son contraddetta, perchè in un mondo contingente ho scelto di essere tale.
Bah.

mercoledì 6 aprile 2011

Kill Bill // Lie to me.

Ormai l'unico sport che pratico a parte l'ingozzarmi oltre ogni misura è uccidere le zanzare. Insomma, tu la notte non riesci a dormire perchè ti ronzano nell'orecchio a mo' di sfida, tanto per ricordarti che ti stanno succhiando il sangue e stanno ingrassando a tue spese, e poi il giorno ti ritrovi a vedere un grande punto nero che si affatica a mezz'aria. E' una zanzara obesa come non le hai mai viste. Non riesce a muoversi bene, le piccole ali quasi non sostengono la sua mole, e si attarda a spostarsi mentre tu quatto quatto ti avvicini con ciabatte/quaderni/ammazzamosche per vendicarti dei pizzichi e del fastidio. E lei ecco che scappa, appena in tempo, e non demordi. Mira sbagliata, la perdi di vista, ti maledici, vorresti proprio farla fuori ma è così piccola pensi e invece la sua ingordigia sfrenata la tradisce: spicca sulla parete rosa tonda tonda com'è. Ed allora ti avvicini di nuovo, trattieni il respiro e : SPLAAAAAAAAAAAAT. Frullato di zanzara e sangue ovunque, un nuovo danno da ripagare al padrone di casa. Esaltata come non mai dalla riuscita vendetta insulti l'insetto morto, lo guardi come se contemplassi la Pietà di Michelangelo, subito dopo pensi che quel quaderno non potrai più portarlo in giro, poi ritorna l'esaltazione e pensi che quella parete macchiata, quel quaderno schifoso saranno un monito per tutte le altre stupide zanzare che oseranno sfiorarti.


A parte questo, ieri mi è capitato di non riuscire a far niente per via del troppo sonno. Sono uscita giusto per fare quattro passi e mi chiamano gridando come galline nei pressi della stazione: oh cazzo penso, eccole, le mie ex compagne di classe. Mi assalgono varie sensazioni: stupore, orrore al pensiero di come sei conciata mentre loro come al solito sono perfette, malinconia dei bei tempi andati, poi di nuovo schifo. Non sappiamo che dirci, sorridiamo per default, ci scambiamo due parole in croce. E poi loro cosa fanno? Mi squadrano. Sai quell'occhiatina per valutare se hai messo su chili/come sei vestita/se hai i capelli a posto. Ovviamente potevo leggere sul loro viso d'esser stata bocciata all'esame. E poi quell'altra battuta, quella più bastarda. "Eh, da Milano ti ritrovi qua!"
Ma cazzo, avrei voluto rispondere, che te ne frega di cosa scelgo? Di certo se ho cambiato città avrò avuto le mie ragioni. Economiche, personali, comunque razionali. Era per il bene di tutti e non me ne pento ( a parte il fatto che la lontananza mi impedisce di stare con Federico che io adoro e adorerò sempre, almeno spero ) . Non ho risposto, un po' perchè presa alla sprovvista, un po' per far terminare più in fretta possibile l'incontro, me ne sono andata via subito dopo e ci ho pensato a lungo. Tu guarda la falsità delle persone. Ma perchè mi hanno chiamato? Se avessero voluto mantenere i contatti avrebbero potuto cercarmi un anno e mezzo fa, dopo l'esame, o quando era appena iniziata l'università. Non l'hanno mai fatto perchè a loro non interessava nulla di me, e io che ho sempre pensato che la classe delle superiori fosse la migliore di sempre, amavo davvero i miei compagni e vedi come mi hanno ripagato alle prove d'esame.
Da allora sono diventata abbastanza diversa, diciamo più menefreghista e pronta al peggio. Ormai non mi aspetto niente dall'amicizia, soprattutto quando è temporanea. Che poi la riconferma di dover adottare la tecnica del menefreghismo l'ho avuta pure l'anno scorso con gli ex compagni del S. R., l'unico ancora a me vicino è Fede, fortuna che non tutti sono di passaggio, almeno spero.

martedì 5 aprile 2011

Se amassi qualcuno di certo non lo paragonerei a un cancro.

Volevo solo puntualizzare che "se avessi un tumore, lo chiamerei Marla" non è una frase su cui costruire languidi sogni d'amore e morte che tanto piacciono a tutti gli illusi di tutte le Vie del Campo di questo mondo. In quel momento il protagonista di Fight Club non è ancora innamorato di Marla, non sospetta nemmeno minimamente di poterla amare,o almeno non con tanto strazio da definirla la sua malattia mortale. E' puro cinismo, di quello che ti fa leccare i baffi, e sinceramente la frase assume un certo umorismo calcata in questa maniera (se non siete ancora soddisfatti vi invito a guardare anche il film, ascoltate con quale tono viene pronunciata la battuta che ho ritrovato poi nelle didascalie esplicative alle foto indierockposerintellettualoididepressilucidellacentralelettrificati di tutta Italia. Non ho ricercato in altri paesi, avevo di meglio da fare.
Poi pensatela come vi pare, tagliatevi le vene o venite nelle mutande, siate stucchevoli e tragici da straziare il cuore. Sembra assurdo ma cuore è il termine anatomico per definire l'intero organo, miocardio non è propriamente la variazione elegante del termine, torniamo alle cose semplici una volta, io con queste boiate colossali ho chiuso, a dire il vero con Marla non avevo mai aperto, comunque sia dovreste farlo anche voi.
E se proprio volete tagliarvi le vene pensando a qualcosa di tanto lirico da far piangere ascoltate qualcosa di De Andrè, il suo lato meno noto, non soffermatevi su Bocca di Rosa e il pescatore.
Io stanotte nemmeno ho dormito.
M.

lunedì 4 aprile 2011

La grazia o il tedio morte di vivere in provincia.


Ma c'è una vita sola, non ne viviamo niente in tributi alla gente, o al sogno.


Canzone quasi d'Amore, F. Guccini.

domenica 3 aprile 2011

Subliminal Mind Fuck Italia.

D'accordo, ho provato ad aprire un account su Tumblr, ma non ci sono proprio riuscita. Non mi sono sprecata nemmeno troppo, e devo averci già provato visto che inserita la mia mail e la password è uscito il profilo lesmetamorphosesduvampire, e lemuseinquietanti, insomma, nickname che mi hanno accompagnato per un periodo tra netlog e facebook.
Ma chissenefrega, continuerò a scrivere qua, tanto è chiaro che è solo l'ennesima fissa del momento quella che nutro per il blog, tra qualche giorno smetterò di scrivere e poi tornerò strisciando non appena sarò nuovamente carica di nevrosi.
Detto questo che bello il sabato passato a nascondersi. Sono come una piccola larva, mi rotolo nel mio niente, cancello i post da facebook per evitare che si capisca se sono in un posto o nell'altro e molto spesso vorrei essere in nessun posto.
Studio con scarsi successi, preferisco fissare lo schermo con aria meditabonda, non ho proprio niente da fare, a parte farmi venire le crisi di panico e l'ansia all'idea di quello che sta per accadere.
Mi sono resa conto che la televisione sceglie con cura come giustapporre due servizi, è la goccia che scava la roccia, indirettamente riescono a far filtrare un messaggio che tu cogli e assorbi indirettamente, senza rendertene conto.
La televisione è il demonio.
Ma io la guardo perchè riesco ancora a distinguere tra ciò che vogliono farmi pensare loro e ciò che io so di star pensando.
Anche perchè lo streaming posso guardarlo un'ora si e una no, e la chiavetta non funziona benissimo, e adesso è tardi e adesso ritorno al lavoro (cit.)
M.

sabato 2 aprile 2011

In metropolitana si sentiva suonare.


Mi ricordo che in metropolitana si sentiva suonare. I passanti blateravano, si acconciavano i capelli, tiravano su con il naso, si aggiustavano i pantaloni, passandosi un dito sopra le labbra, un fazzoletto contro il sudore, assestandosi il pacco, sorridevano al loro bambino, soffrivano il caldo, si appiccicavano ai pali, alcuni si baciavano, altri discutevano di quante puttane ci fossero in una città sola, la città che sale e che va troppo in fretta perché tu possa stare al passo, alcuni ascoltavano musica, c’erano varie scuole di pensiero su come aspettare la fermata successiva senza dover necessariamente annullarsi e divenire un viso grigiastro nel marasma dell’anonimato più cupo. E dopo tipi strani di ogni colore che tu gli scrutavi e pensavi agli attacchi terroristici e dopo pensavi a quanto tu potessi passare per razzista pensando a una cosa simile, e poi ti sentivi in colpa e iniziavi a riflettere su quanti maniaci abitassero in una città sola, e dopo vedevi salire nuovi gruppi, suonatori di organetti, studenti della tua università, abbassavi il capo per non doverci parlare né salutare, lasciavi indugiare lo sguardo sulle scarpe, quando si è in imbarazzo la cosa migliore da fare è passare il tempo fissando le scarpe, e dopo ti perdevi alla ricerca del romanzo da comprare, in un vagone c’è necessariamente qualcuno che legge, e chi sonnecchia, e qualcuno prova ad appoggiarti il cazzo al culo e a spingerti, e tu fai finta di non accorgertene mentre senti salire lo schifo e il terrore che si incolli proprio addosso a te, e qualche volta è successo, e ti dici che deve avere dei gusti pessimi per riuscire a farselo venire duro con un mostro simile. E dopo entrano per l’elemosina, i bambini e gli storpi, gli storpi spesso sono sani e si spacciano per malmessi così ti fanno pena, i bambini invece non fingono, loro sono stati istruiti a comportarsi così, e quegli occhi profondi e senza speranza sono proprio i loro, e tu non puoi sfuggire a quello sguardo senza sentirti colpevole,un aguzzino. In realtà quando salgono ti arrabbi e vorresti prendere a calci i loro genitori, questo è sfruttamento, urleresti se avessi un briciolo di coraggio, ma sei codarda e così ignori semplicemente il loro sguardo, la loro musica da quattro soldi, la loro presenza, il loro occupare uno spazio fisico. In metropolitana si sentiva suonare, e quando non capitava allora potevi ascoltare un po’ di musica, a rischio di far incazzare i tuoi vicini, qualche volta scoppiano le risse quando la metropolitana è troppo piena e non si respira e il tuo corpo smarrisce i contorni e ti ritrovi con la mano sulla schiena di qualcuno che ha le gambe incollate a quelle di un altro ancora. A volte avrei voluto essere morta piuttosto che prenderla, ora ci ripenso con un certo gusto, è forse il posto che più mi è rimasto impresso della mia permanenza milanese, anche perché passavo almeno un’ora al giorno in quella bolgia, in un modo o nell’altro avevo imparato ad amarla. C’erano momenti unici là dentro che porterò sempre con me, Alzheimer permettendo. Il primo è quando andammo a vedere Alice In Wonderland, eravamo almeno in dieci, e ci mettemmo in cerchio in un vagone qualunque a fare un gioco in cui bisognava resistere senza ondeggiare, senza cedere ai sobbalzi che la differenza di velocità provocava, c’era Federico e non eravamo ancora così amici, o forse lo eravamo diventati da poco, e ricordo che rideva tanto, ed io ero felice che ridesse e che forse, quella sua felicità dipendeva anche da me. E dopo il ricordo migliore è quello in cui io e P. stavamo seduti ad ascoltare l’ipod ed è uscito Inverno, la canzone di De Andrè, ed io chissà perché mi persi completamente nel brano e nella drammaticità della musica, stavo per scoppiare a piangere commossa, e lui restava in silenzio e fissava in basso, ogni tanto mi spiava, ma questo lo scoprii solo dopo, quando ebbe il coraggio di spiegarmi che in quel momento ci eravamo commossi entrambi, ma soprattutto lui, perché aveva sentito la mia commozione, era uno di quei momenti assurdi in cui si prova la stessa cosa e non si sa dare un peso ad un simile avvenimento, sono quei momenti confusi in cui ci si sente nuovi e diversi, e non si gestiscono bene le emozioni e non si riesce a comprendere come sarà il domani, o se ci sia un futuro. Sono quei momenti in cui tutto sembra immobile e invariato ma in cui si percepisce un crack, una minuscola crepa, forse uno spiraglio e spiando imbarazzati dal buco ci si rende conto che tutto è cambiato e irriconoscibile, è una velocità superiore a quella del nostro occhio, una luce esplosiva a cui la pupilla deve abituarsi. Solo perché non siamo riusciti a vedere non vuol dire che non ci sia niente. Sono quei momenti in cui si è felici, completamente persi nella gioia e di cui ci accorgiamo sempre in seguito, quando la sensazione è già dissolta e le cose sono cambiate irreversibilmente, che io ricorderò per sempre, per cui io ringrazierò costantemente, per cui posso giustificare e comprendere i miei sbagli e i miei fallimenti e ripensare al passato guardandolo da una nuova ottica, in cui mi colpevolizzo di meno e mi amo di più. E con questo concludo, perché per oggi ho scritto troppo.
M.