domenica 29 aprile 2012

Un dolore non ben discriminato, diffuso a livello del cardia, untorio, duraturo, senso d'oppressione e di morte. L'anamnesi recente del mio dolore. Ho tentato di metterlo in verso, di scrivere saggi, di romanzarlo, di ridicolizzarmi, non ce l'ho fatta in alcun modo a dirlo, allora lo faccio così, seguendo le indicazioni di semeiotica, probabilmente errando dato che non ancora posso permettermi di studiarla. Sono della scuola di pensiero di Tenco sullo scrivere solo quando si è depressi. In realtà se mi attenessi a questo dovrei farlo molto di più, ma sono troppo pigra. *stacco bizzarro da post esibizione squallida in un cabaret americano aperto al pubblico * applausi.

sabato 3 marzo 2012

Sarò deficiente, ma mi sono di nuovo dimenticata come si può commentare. Così mi chiedevo: qualcuno di buona volontà mi lascerebbe un commento con le spiegazioni per impedire che ogni volta debba postare sciocche richieste d'aiuto? Questa è la terza volta, l'Alzheimer galoppa.
Con tutti i passaggi, almeno non sarò solo una pseudoubriacona vuota dentro che riempe il blog di minchiate, mi impegnerò con i commenti e con le opinioni, e magari anche con i miei post.
Grazie mille.



Nel frattempo, per chi mi segue da un po': è giunto il momento di vuotare il sacco: che opinione avete di me?
Purtroppo mi offendo, ma non porto rancore.

Questa è la fine.

Avevo i capelli ricci. La pioggia cadeva e non avevo freddo. Sapevo come sarebbe finita, come sempre. Non poteva sorgere il sole. Oltre il drappo il buio colava a piombo, i miei occhi lo sapevano. Mi mancavi e non faceva così male da tanto. Le parole incollate in un messaggio che non aveva più senso inoltrare, salvato in un documento word che non avrebbe mai visto la luce. Non poteva sorgere il sole, non per noi. Mi parlavi dei campi incolti, dei gigli infanti, parlavi e dalle tue labbra pareva nascere un arcobaleno di suoni, quei suoni avevano un senso, la tua barba disegnava pensieri criptici, i capelli trovavano un senso in quel telaio di incongruenze, parlavi e tutto aveva una ragione. Intrinseco non era più solo un aggettivo, era un modo di esistere. Parlavi, e non provavo più timore. Nei pantaloni slabbrati, nelle sigarette spente male, i colori si richiamavano e rincorrendosi si completavano. Dimmi che sarò felice, che non si può essere scontenti. Dimmi che non si vive per morire ma si muore per essere stati vivi. Chiedevo solo questo, non era difficile accontentarmi. Dimmi che affogando nei cocktail ci si ritrova bambini, che i pezzi di fegato si potranno rincollare, dimmi che la verità è nel decoupage, nel rimettere insieme i cocci, e ripetimi fino allo svenimento che è giusto sentirsi vittime e aver voglia di piangere. Cantamelo con quel tuo accento rauco e tienimi stretta, stringimi forte,voglio sentirmi mancare, voglio sentirmi morire. E poi offrimi da bere. Parlavamo sbagliando tutte le vocali aperte, barattando i nostri silenzi imbarazzanti per degli euro, turisti per sempre per vedere i Caraibi, e non ti tuffare finché i tuoi miraggi non saranno ingombranti come i ricordi. Ripetimi che si è felici solo quando ci si perde, l’alienazione non è il mezzo ma lo scopo, bisbigliami all’orecchio che non basta bere, non basta piangere, bisogna diventare spettri di polvere per essere sinceri. Il mondo non è mai stato così bianco. M//.

martedì 28 febbraio 2012

Blogspot non mi fa commentare gli articoli sulle altre pagine. La cosa mi innervosisce alquanto. Sono confinata ne la schiuma dei giorni. M.

mercoledì 1 febbraio 2012

inizialmenteraunaltropost.

Quando poi la sera bluastra copre di bruma i tetti della città e sento scollarsi la pelle dal corpo mi accorgo che in realtà ci sei sempre, e ti amo, e che forse per quanto cerchi di limitarti nel mondo fisico dandoti un volto riconosco l'impossibilità dei miei sforzi, per quanto mi prodighi so che non potrò mai amare che te, puro pensiero, mia dolce compagna malinconia.

sabato 21 gennaio 2012

Dodici ore dopo ti ritrovi nel letto con tuo fratello accanto che ti dice di aver vomitato. Ricordi il pantalone e la borsa imbrattati dai rimasugli indigeriti di una sconosciuta. L'orrore che ti assale non è comparabile allo stupore di averlo sognato ancora. Un raduno di personaggi mitologici in quell'accozzaglia di catapecchie che è il tuo paese, e c'è R. che deve comprare le sigarette e tu ti chiedi se non sia lui che spicca tra la folla di volti intravisti in foto e immaginati attraverso uno schermo di parole e se fosse lui, allora ti domandi cosa ci fa con quelle troie, e perché le persone che hanno rovinato i tuoi anni più dolci devono aver sempre la vittoria. E lui ti guarda, forse si nasconde, forse è illusione ottica, e tu non hai gli occhiali e i suoi capelli sono lunghissimi. Dodici ore dopo ti svegli e mandi affanculo tutti. La borsa appesa ad asciugarsi, il pantalone che puzza d'acetone e la camera assomiglia a quei villaggi distrutti dalle inondazioni. Non hai dormito, Edward Cullen sulla Pepsi ha la capacità di contrariarti del tutto. Ripensi a un certo Cher che ti ha chiesto di conoscerlo, la pelle scura e il naso schiacciato. Ma io sono già occupata, e innamorata, dici. Ne sei sicura? E dov'è l'anello? Perso. Allora non lo ami. Se lo amassi ne avresti avuto cura. Non è colpa mia, dici, se sono incapace di proteggere quello che amo.

domenica 15 gennaio 2012

C'è un aggettivo, anzi due, con cui posso riassumere me stessa. Passivo-aggressiva. Nel frattempo un bentornato all'ansia, e all'alcol.