venerdì 24 dicembre 2010

Inquietudine.



"In tutti questi anni non c'è stata una volta che non ti abbia vista turbata, non sei mai stata felice" mi disse la mia migliore amica, una volta.
Ho la tendenza al melodramma, e questo è certo.
Trovo piacevole fare del male alle persone che amo solo per stare ulteriormente male.
La verità è che la solitudine è l'unico sentimento che permette al proprio animo di rivelarsi per ciò che è: smantellata la diga messa in piedi dalla ragione, dal SuperIo per accordarsi ai comandamenti della morale e della "normalità", per arginare la propria inquietudine, il corpo sembra gonfiarsi di emozioni irriducibili, l'esplosione è incontrollabile, la percezione è direttamente proporzionale al grado di dolore che si ha il coraggio di provocarsi. Non è esibizionismo, è una neccessità che scaturisce da ragioni differenti. Il bisogno di essere vivi.
Non sto parlando di tagliarsi le vene, di strapparsi i capelli, di rompersi il femore. E' il conflitto con le persone da cui dipendo che mi tiene viva. Mi rendo conto di diventare maledettamente crudele quando ho bisogno di stare male. Il problema è che questa è un'arma a doppio taglio. Perchè l'aspirazione dell'uomo è essere felice. Ma per star bene con me stessa ho bisogno di sentirmi di merda.
Da questa tensione ecco originata la mia personale inquietudine.

giovedì 23 dicembre 2010

Panegirico di Messalla.

Mi innamoro delle anima di alcune persone di cui leggo scritti i testi per caso, su un blog, in una pagina facebook, in una conversazione in chat. E' bizzarro scoprire quanto sia reale il potere delle parole, come possano modificare la percezione che ho del mondo e di me stessa e soprattutto degli estranei. Ci sono persone che mi affascinano solo grazie al lessico, alla loro capacità di intrecciare predicato e soggetto, alla cadenza degli accenti nella frase. La manipolazione della mia mente non deve essere così difficile. Nel frattempo ho riletto i frammenti di Cavie in cui si parla di Cassandra Clark. E' descritta proprio come fosse Cassie di Skins. La immagino con quel viso, con quel corpo etereo, uno scheletro su cui è stata poggiata forse per compassione un sottile velo di pelle candida. Cassandra Clark, i rimasugli di un essere umano che si è salvato, non dal mondo, perchè non è il mondo a ucciderti, ma da se stessa. Siamo noi a condannarci a sofferenze e circoli viziosi fatti di traumi infantili e recriminazioni quotidiane. Siamo noi i veri aguzzini di noi stessi.
Amo Chuck Palahniuk sempre di più, rende tutto così squallido. Squallido forse è l'unico aggettivo con cui si può parlare della Natura. Non c'è alcuna bellezza nei vermi che ti crescono dentro quando inizi a decomporti. Non c'è nulla di bello nel riempire uno spazio, tra nascita e morte ci sei tu, e dopo tanti cari saluti, è di nuovo il silenzio.
La Natura è squallida e noi non siamo altro che i suoi degni figlioli. Degli orribili mostri pronti a recidersi i polsi per rendersi più visibili nella folla, a crivellare un petto di proiettili, per affermarsi o difendersi, a raccattare ogni genere di oscenità solo per alimentare ulteriormente le naturali psicosi che ci animano.
Insomma, evviva Chuck Palahniuk, profondo conoscitore delle umane genti.

Rabbia-Non di Palahniuk stiamo parlando.


Sono arrabbiata, profondamente arrabbiata.
Non riesco nemmeno a dormire la notte, per quanta bile ho in corpo.
Tra parentesi sono anche in ansia.
Sapete cosa significa frequentare medicina e dover necessariamente imparare a riconoscere i sintomi dello stress, e scoprire riportati sulla gigantesca lavagna luminosa una serie di sintomi che tu stessa manifesti?
Che poi P è proprio un idiota. Ma come si fa a scordare che oggi è il 20 ?
Evidentemente se ne frega di me, di noi, di tutto quanto.
Non per questo a me fa piacere essere a casa. Non mi sono mai sentita così estranea come ora. Vorrei studiare in santa pace, da qualche altra parte. Sì, studiare, perchè queste feste non mi porteranno altro che questo. Forse porteranno cattive notizie, e allora arriverà il momento in cui mi taglierò i polsi.
Sto scrivendo un sacco di brutalità, per chi le leggesse mi spiace tantissimo sentirmi così, eppure sono proprio fuori, ho bisogno di un analista, o di tanta nutella, se non fosse che strabordo e sono ripugnante, quindi sì, mi ci vuole l'analista.
Alterno crisi di pianto a crisi isteriche. Ho sbottato con F, rinfacciandole la sua assenza. Aveva bisogno di staccare anche lei da questo postaccio, lo so, eppure perchè proprio adesso, cazzo, perchè a Natale lei non c'è mai, perchè resto sempre sola. Sono egoista come pochi, e sono andata contro i miei principi mercificando le mie idee come se fossero panini per una ridicola pretesa di popolarità in quella bolgia idiota che è Facebook. Mi faccio schifo anche per questo.
E perchè sto perdendo tempo qui invece che studiare anatomia. Sapete quante pagine si riescono a memorizzare di anatomia in un giorno? Tra le dieci e le venti, anche se un professore diceva trenta, io per ora non sono abbastanza intelligente per farne trenta, se solo fossi capace avrei iniziato dieci giorni dopo.
Ieri ho guardato Basta che funzioni di Woody Allen, per un po' non ho pensato alla mia vita, credo che inizierò a curarmi con la televisione e queste cazzate in generale.
Ho imparato che nell'universo la cosa più veloce è la luce ( d'accordo, scontato) quindi non si può far nulla di più ragionevole se non rilassarsi ( cosa dapprima incomprensibile per me), devo provare a rilassarmi, e a diventare più cinica per metabolizzare ogni particella d'ansia e di rabbia che albergano in me impedendo in tal modo che un infarto mi porti via.

Non ho intenzione di morire prima di essermi specializzata in oncologia e aver scoperto cosa provoca il cancro.
O senza aver scritto un libro da Nobel.
E con questo Panegirico di M vi saluto, vado a guardare il programma più trash che troverò, buon pomeriggio a voi bloggers.


M.

sabato 4 dicembre 2010

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Attacchi di pianto, rimuginare sul passato, pensare alla morte, trovare insopportabili parenti e amici, scatti di nervi, rabbia incontrollabile, panico, ansia, fame nervosa, incapacità di concentrarsi, sonnolenza, apatia.

domenica 14 novembre 2010

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Voglio ritornare a quel venti marzo quando le città erano osservatori per UFO e la nostra macchina era un'astronave diretta verso il niente e ti fissavo con l'imbarazzo negli occhi e mi guardavi come se prima non avessi conosciuto niente.

sabato 13 novembre 2010

E tu che collassavi.




Mi guardavi e i tuoi occhi sapevano di mare anche se non c’era un briciolo di azzurro lì dentro. Le pupille scure, dense, potevo sentirle sul mio collo, mi rendevi isterica e frivola. A volte fumavo troppo solo per sentirmi dire che sarei esplosa, le sigarette mi avrebbero distrutto i polmoni, non potevi sgrassarmeli se non a furia di scoparmi, ma non eri certo fosse la soluzione migliore. Ci lucidavamo giornalmente le migliori intenzioni ognuno sporcandosi la maglia per l’altro, sorridevi ed avevi dei sorrisi aspri, dalle labbra tumescenti, mi piacevi anche quando sembravi un morto, con i capelli sempre troppo scomposti e gli abiti sdruciti, facevano tanto decadentismo quando bevevamo fino a piangere sotto i portici. Si piangeva sempre molto tra una storia andata a male e una canna rullata alla perfezione, erano momenti afrodisiaci, i paradisi artificiali in cui perderci. Bisbigliavi al telefono e cantavi in tedesco perché per te era impossibile limitarsi ai cromatismi apocalittici dell’italiano, non erano abbastanza, cercavi il punto e nella galassia in cui sprofondavamo a fine settimana era sempre meno distinto e più distante e vedevo disfarti, gettare a terra ogni obiezione, riconciliarti con i tuoi parenti morti e con le foglie autunnali già cadute. A volte mi parlavi di poeti che non conoscevo e di filosofi che non avrei voluto conoscere, era una sfida alla morale il resisterti ed io ero assolutamente amorale, non avevo fegato, mi lasciavo travolgere, i castelli sparsi per le città incivili parlavano di noi, quelle luci di plastica ci ripetevano all’infinito che era sbagliato ma non c’era niente di più giusto, avevamo firmato un contratto per l’inferno ed era nostro dovere adoperarci ad adempierlo. Mi guardavi e i tuoi capelli mi filtravano l’anima, un setaccio maldestro tra le mestruazioni e gli yogurt pomeridiani, tu mangiavi stonato mormorando che ne avresti fatto volentieri a meno, mi ripetevi che era impossibile sopravvivere in una miriade bizzarra di eventi. Come proiettili sparavamo alle cattedrali per abbatterle, tu e le tue idee malsane, i fiori del male afflosciati nei bicchieri, bevevi sambuca per stordirti, le gengive sanguinavano allegramente, io avevo gli occhi sempre gonfi, ti piangevo addosso e non te ne accorgevi, era un piacere maltrattarti e poi chiederti scusa nel silenzio degli altipiani dove eravamo sempre più sinceri e sempre troppo fatti. I binari sorvolavano i cieli, mi salutavi dalle periferie più remote di quelle che se le senti rispondi mai sentite, ed io ti facevo ciao ciao con un fazzoletto immaginario, le mani appiccicate al finestrino, il naso appiccicato alle mani, le mie gambe che si chiudevano a stento per trattenerti meglio, un secondo in più fino allo stremo, mi ricordo di letti sfatti e baci da ospedale, nelle nostre macchine astronavi che gravitavano a due passi dall’asfalto, lo tingevano di promesse da tenere in caldo per l’inverno, era doloroso risvegliarsi e scoprirsi soli, quei materassi improvvisamente allargatisi a dismisura, il freddo dei piedi che ti pietrificava, amore dove cazzo sei andato, le sigarette sul comò e non hai scuse per non esserci ma non ci sei. Mi chiedevo cosa avremmo fatto una volta che a Bologna fossero tornate le stelle, ci bendavamo le labbra e tu fumavi alla finestra con le braccia conserte, lo stelo della tua Lucky Strike disegnava un angolo acuto, per tirare i problemi non mancavano mai.  M.

venerdì 29 ottobre 2010

Confession on a Dancefloor.



Ultimamente ho realizzato che, dopotutto, io non sono fatta per futuri inverosimili.
Oddio un po' ci spero, però preferisco sperare in un avvenire fatto di sicurezze.
Almeno per quanto riguarda la presenza delle persone che amo.
Probabilmente se non fosse semplicemente ancora per me qualcosa di celato seppur malamente, non avrei agito come ho fatto tempo fa e adesso non starei vivendo questo presente.
Ho un bisogno assurdo delle persone che ritengo importanti. Non posso rischiare nè di perderle nè di sottovalutarle.
E quindi per ora sto bene così, vado avanti, nonostante l'influenza e i malumori passeggeri. Il melodramma ce l'ho insito nel carattere, nessuno me lo toglie, la sindrome generale di adattamento è la risposta a tutte le mie malattie presunte e effettive. Però finchè potrò contare su chi mi vuole bene credo che terrò a bada il cortisolo e tenterò di smaltire lo stress ed essere la persona felice che tutti si aspettano di scorgere incrociando il mio sguardo. Per ora sono ancora abbastanza nell'incertezza, e queste scoperte banali, fatte magari in seguito ad una telefonata ad un amico o alla presenza di P mi prendono ancora alla sprovvista sorprendendomi.
Tra una settimana inizierà il periodo più duro per me, perchè P. non ci sarà fino al 20, non è mai capitato che fosse lui ad andare via, a lasciarmi sola per così tanto tempo. Non è mai capitato che mi lasciasse sola, già. Forse è anche questo che mi spinge a pensare che io non voglio più essere sola e che va bene avere una posizione ambiziosa e quanto serve a sentirsi realizzati, ma non credo che potrò davvero andare avanti nel caso fossi sola. Io riesco solo a farmi del male quando non c'è gente accanto che mi dimostri che in fondo non sono totalmente inutile, oltre il disastro c'è una donna e oltre quei chili c'è qualcosa che brilla, dopotutto.
Mi vergogno pure a scrivere queste cose ma è così.
Va bene, dopo questa nuova seduta credo di poter concludere e abbandonare il blog per un'altra settimana. Non ho mai tempo. Non ho mai voglia di guardarmi dentro sapendo che non ne esce mai nulla di buono, che mi fa male in effetti, lo faccio spesso inconsapevolmente, è la mia indole a condurmi alla riflessione, il mio autolesionismo a tenere il blog aperto.
Ora è tutto, ascoltiamo Chiambretti che ha sempre qualcosa di sconcio da rivelare.
M.

mercoledì 20 ottobre 2010

Le Mestruazioni, Gli Yogurt.

Mi annoio e fumo. Fumo e tossisco. Tossisco e mi sento tisica. Esplode la testa, le mestruazioni mi devastano, si sfalda tutto e Pescara è gelida e precaria, sembra un parcogiochi o lunapark o una luna dove giocare o un giardino inglese. A volte mi domando cosa sarà di me e delle mie amateodiate ansie. Dei capelli ricci e della pelle lattiginosa, dei chili di troppo, dei peli pubici, cosa.
Altre mi dico che con te anche se vivere è difficile e fa piangere fa più piangere morire e quindi mi accendo un'altra sigaretta finchè le sigarette non bruceranno me. Gli spietati salivano sui treni ma sui treni trovarono la Redenzione. Al telefono mi dici che l'autunno in città ha qualcosa di miracoloso, le stagioni si imprimono nelle pupille e le pupille esplodono di foglie. Al telefono cade la linea ogni due per tre e i minuti sono contanti e gli euro scarseggiano.
In questi giorni il tuo bacio disperato è quanto di più concreto io possa dire d'aver vissuto.
Mi strappavi il cuore e piangevi e forse dentro urlavi ma i tuoi occhi erano felici, nonostante tutto. Era la fine, in un modo o nell'altro, era la fine e la nostra auto era un'astronave, e la terra implodeva, la collisione, i colli di bottiglia, con quei cocci affilati, quegli sguardi taglienti, le tue mani e i miei capelli.
Di questi giorni e di questo blog un giorno non sarà che un ricordo, senza foto per attestarne l'esistenza trascorsa.
Nel frattempo medicina è una gran puttana, ma io da bravo illuso continuo a chiederle di maritarsi.

domenica 17 ottobre 2010

Che ti protegga dalle stelle distorte che ti esplodono nel petto.
Che ti protegga dagli assoli delle chitarre che ti coagulano dentro.

sabato 16 ottobre 2010

Ogni tanto mi ricordo che ho un Blog.


Ho i capelli bagnati, i sensi confusi.
Mi trattengo dall'avere opinioni e dal piangere.
Nel frattempo Vasco Brondi è pronto con un nuovo disco ed io vorrei vederlo a Ferrara, e probabilmente vorrei vedere anche Ferrara e se fosse possibile andarci con te sarebbe magnifico ma è tecnicamente improbabile.
Tra poche settimane sarà l'Atlantico a dividerci. Il mare che scorgo tutti i giorni da quando sono qui. Il mare che ci divorava quando con il cuore in gola ci dicevamo addio. Le lezioni sul cervello sono interessantissime, ed io per una volta so esattamente a che pagina del trattato ci troviamo e quali perifrasi dovrò utilizzare per descrivere il nucleo caudato. Ieri ho scoperto che la chitarra ha dei tasti, non sono semplici corde. E della partecipazione di Sabrina Misseri all'omicidio di Sarah Scazzi. Voi non avete sete di verità in questa storia? Io sono rimasta davvero amareggiata, non mi era mai capitato di provare così tanto interesse per una notizia di cronaca nera, e ce ne sono stati di delitti atroci che avrebbero potuto schifarmi e farmi affezionare alle vittime. Ho il cervello in pappa per via della televisione e dello stress, e da qualche giorno non posso negare che ho voglia di piangere. Non so se l'ho già scritto prima, ma io il blog lo uso solo quando non riesco a trattenere questa tristezza intrinseca, che però non mi domina ogni santo giorno, non tutto il giorno almeno. In sostanza, spesso rido anche io.
Adesso smetto di blaterare e finisco di colorare senza alcun motivo un biglietto dell'autobus usato con l'evidenziatore giallo, e vi saluto, anche se non c'è nessuno che mi risaluti. Oh, il mio computer fa rumori strani internamente, come un crepitio, o un concerto di molle.
M.

sabato 2 ottobre 2010

Forever Young (?)

Ultimo post da teenager.
Che dire.
Ho uno schifo addosso.
Perchè comunque sono una asociale di prima categoria e non riesco a socializzare.
Perchè la mia forma fisica alquanto sferica mi sta distruggendo.
Perchè ho una mole di lavoro assurda che in parte mi merito, in parte no.
Perchè tu mi dici che non potevi venire ma volevi, e sono tutte balle, io ad aprile ho fatto l'inverosimile per te.
Quest'anno seppur volessi essere triste del tempo che mi lambisce e mi travolge, non ci riesco perchè sono due notti che non dormo, è ansia da trasferimento.
Ho la tosse che esplode, il naso gocciola, cazzo questa poi è una novità.
Ho aspettato tutta la giornata immaginandomi nel vestito che ora indosso e che vorrei gettare nel cassonetto e bruciare. Faccio schifo in tutto, cazzo cazzo cazzo, e ora ho vent'anni o quasi,tra poche ore, e non mi sono goduta quasi niente.
Non scrivo più da tempo, sapete, anche questa mia particolarità che ultimamente ho notato abbastanza comune in giro, comunque anche questa era un'illusione, come l'intelligenza, e tutte le altre puttanate a cui credevo prima.
Ultimo post da teenager così nero da far ridere, come posso essere così di malumore sempre quando scrivo il blog?
La risposta è semplice: scrivo il blog se sono di malumore, perchè dovrei raccontarvi di quando rido a dirotto passando per deficiente ?
Ora credo sia tardi, ho deciso di lasciare una traccia simbolica di questo passaggio negli enti, come ho fatto alla fine degli anni zero, perchè io vivo di piccoli ricordi legati a date futili, ma credo sia necessario ogni tanto scrivere per non dimenticare, prima che l'Alzheimer si impadronisca delle mie mebra lattiginose.
Buona serata, qualcuno proprio ora starà scopando.
Io no, io sono seduta al pc e vorrei tornare a luglio, che forse era meglio.

venerdì 1 ottobre 2010

October.


Poi arrivava ottobre. Ti colava tra le gambe.
Cogliendoti impreparata.

sabato 25 settembre 2010

S t o p

Partiamo dal presupposto che sono ubriaca al punto di vomitare ( forse ) ma non di sparare a zero senza buoni motivi.
La premessa era necessaria per fare il grande passo successivo :
MI HAI ROTTO I COGLIONI !!!!!!!!!!!!!!!

ecco, detto.

Sono mesi di merda che sto male a causa tua, e tu continui a trattarmi come un zerbino, ed io cretina che metto avanti a te solo Lui, e mi sento pure in colpa alle volte di avere un lui da metterti avanti.
Dopo il tuo comportamento di merda di questa sera sono esplosa e non me ne pento.
Se è questo quello che vuoi, fare l'esibizionista invece che conservare la nostra amicizia allora è meglio mettere un punto e andare finalmente a capo.
E credo che da stasera un punto marcato, almeno da parte mia è stato tracciato.

Notte.

Cielo Grigio e altre storie.


Il cielo grigio per me non è mai stato un problema. Lo associo al sabato pomeriggio. Tu seduta per terra, un libro in mano o il computer impostato su Word, il maglione, il calore delle mattonelle, le piantine verdastre scosse da un leggero vento. La televisione che pigola, il profumo del caffè che proviene dalla cucina. Tuo fratello che si ostina ad ascoltare la musica peggiore, la porta chiusa, il cellulare che vomitava messaggi disonesti, connettersi per parlarti, per chiederti se un po' mi pensi. Il sabato pomeriggio in cui il cielo era sempre grigio perla lo associo al quinto superiore, agli anni dell'abbandono e del risveglio. Molti non capiscono che la vera crisi adolescenziale inizia quando tu pensi di averla superata, quando ormai ti credi maturo ed è tardi e hai da studiare o da tornare al lavoro.
Chi lo capisce in tempo entra in cura o scrive romanzi. Qualcuno beve per dimenticare. Se sei della fazione della mia amica F allora prendi a calci chiunque per non pensarci.
St cercando di ascoltare Battiato per farti un favore e per capire quanto mi ami realmente. Quando però scopro che Vasco Brondi sta per pubblicare un nuovo cd ( alla faccia delle ritrosie e dei non voglio correre, non sono una macchina sputa canzoni ogni due anni e mi prenderò tanto tempo per la nuova opera ), non posso non tornare indietro e sentirmi un po' malinconica. Certe sue canzoni mi si sono incollate addosso come riassunto malato di questi tre anni d'incendi. Venir bistrattati a destra e sinistra, vedere il proprio universo sfaldarsi. Aver voglia di gridare, la vita va avanti da sola, ha completamente smarrito il suo centro semmai ne avesse avuto uno. E tu senza redini che traballi cercando di restare in equilibrio, è tutto precario, è tutto maledettamente uno scherzo, vaffanculo ho sempre detestato i cambiamenti.
Oggi è una giornata in cui sicuramente verserò qualche lacrima, però preferisco non pensarci e godermi questo cielo grigio, che a Lesina è pur sempre un evento.

domenica 19 settembre 2010

Mucche.

Ho una pagina su facebook. Se vi può interessare, si chiama Le Muse Inquietanti. Non parla di certo del quadro. Sono note, mi diverto parecchio a scriverci, niente di impegnativo o ambizioso, almeno non mi faccio più i fatti degli altri come tutti fanno là sopra u.u

A parte questo, eggià, andrò a vivere in Abruzzo e frequenterò lì. Mi spiace tanto di abbandonare Milano, ma è necessario. Meno spese, e sarò vicina a casa per ogni evenienza. D'altro canto mi piaceva l'idea di essere in una città piena di occasioni e manifestazioni, anche se nessuno mi ci accompagnava ed era triste viverle da sola. Mi piaceva la possibilità di andare a Bologna facilmente, quello credo che lo farò comunque, qualche volta.

Ora devo solo impegnarmi e fare sul serio con lo studio. Voglio fare l'oncologa. Ne sono così certa. Ma è tanto difficile, ci sono pochissimi posti. Prima di tutto devo laurearmi xD. Paride poi cerca di farmi desistere. Oncologia è una specializzazione triste, dice. Forse sono una persona triste allora, ma io provo una grande empatia per chi porta questo peso, vorrei sul serio impegnarmi e aiutare.
E' anche vero che due anni fa volevo fare neurologia. Alla fine mi ritroverò a fare il medico di base, due palle.
Vedremo.
Nel frattempo devo solo imparare a essere felice.
Sembra facile.

sabato 28 agosto 2010

MiOdio.

Capiamoci. Perchè quando un ragazzo è adolescente ha il sacrosanto diritto di rompere le palle per ogni minima idiozia e poi a vent'anni tutti dovrebbero diventare equilibrati e dimenticare il proprio passato ? O meglio, trovo fantastico accettare e superare le proprie inquietudini e risolverle in vista di obiettivi superiori, riuscire a sminuire le ossessioni stagionali ora che si hanno le lenti azzure di Kant. Ma la cosa mi disturba e mi provoca il riso. Perchè a vent'anni iniziano i veri guai. Gli alternativi, i depravati, i depressi, i tragici, tutti a vent'anni smettono le loro vesti per indossarne di pulite, addio odore di sudore e stronzate simili. Sotto, dove dovresti trovar cicatrici male rimarginate, c'è solo il pallore movimentato della pelle che perde l'abbronzatura, o, come nel mio caso, la pelle che non si è abbronzata mai. Mentre cerco di spiegare che mi sembra stupido rinnegarsi o perdere del tutto il contatto con il passato e per nulla terapeutico come si vuol far credere sotto casa qualche idiota sta giocando alla guerra, paranoica come sono penso che un proiettile entrerà dalla mia finestra come in casa di quel metallaro quarantenne che mi ricorda tanto un vecchio amico serpente, anche se sono quasi certa che fossero fuochi d'artificio. Ebbene mi deconcentravano, dovevo rendervi partecipi. Il senso del post, semmai ce ne fosse uno, è che mi sento più adolescente ora che prima. Più nichilista e tragica adesso che mai. Prima era fantastico parlare di vene che scoppiavano di sangue che sgorgava da ogni orifizio consentito solo per render gloriosa un'emozione altrimenti labile. Adesso che mi vedono tutti con il morale a zero mi dicono che l'amore mi fa male e che sono bianca e che dovrei farmi delle lampade, amano sdrammatizzare, non si rendono conto di quanto stia soffrendo. Non so dire cosa sia, so che è un cocktail di problemi. C'è chi mi invita a parlarne, chi mi accusa e si ritrova in risposta scenate assurde. E' catartico ripetere tre volte NON MI VEDI COME STO urlando mentre una macchina sfreccia quasi senza controllo, travolta dalla tua rabbia, come tutto il resto. Ma è pur sempre qualcosa su cui riflettere. A vent'anni è tutto ancora intero, ma qual è il prezzo di avere tutta la vita davanti al giorno d'oggi ? Pormi delle domande fa molto sex n the city, solo che non c'è nè sesso nè la città in questa discussione.
So soltanto che semmai qualcuno dovesse impersonare il dubbio o l'inquietudine, sarei la candidata perfetta. A venti come a centodieci anni. Forse resterò adolescente per sempre. Nel fisico non lo sono mai stata particolarmente. Anche io però ho avuto un periodo d'oro, ero tanto bella allora e nemmeno lo sapevo. Comunque ora sono stanca di scrivere cosa penso, temo non siano problemi vostri e nemmeno li vogliate leggere simili pensieri idioti senza nessun senso. Dov'è la metrica mi direbbe F ora che scrive canzoni a orecchio ma miracolosamente in metrica. Dov'è la birra chiederebbe D che oggi mi aiutava a far stupide crepes più simili ad aborti di crepes che altro. Dov'è il tuo cuore direbbe De Andrè, e a lui non saprei che rispondergli. Quando penso di aver risolto un problema mi rendo conto di averne uno peggiore che mi punta una pistola alla nuca. Io non ho una vita sociale, ho un vaso di Pandora peino di demoni da eliminare. Parlando di demoni oggi sbattono troppe porte. L'inquietudine dei romanzi gotici prima o poi riappare bluastra sulla pelle. Buonanotte buonanotte fiorellino. Chè domani è già arrivato e io sono in ritardo con lo studio.

lunedì 23 agosto 2010

FANCULO

Lo senti questo crack ? Beh, io sì. Da tanto tempo. Sta andando tutto a rotoli. Il palazzo di vetro si sta infrangendo, schegge dappertutto ti feriscono le mani, abrasioni sulla pelle e lacrime rosse. Hai presente quando una stella collassa ? implode, si digerisce, sono come i succhi gastrici ma a una temperatura superiore all’immaginabile. E la stella scaglia al di fuori gli strati superficiali, si fa più pesante, inizia cicli di espansione e diminuzione, non riesce a stare ferma. Crepe ovunque. Il silenzio che diventa una camera a gas. Non hai modo di fuggire, sei intrappolata, senti il tuo spirito liquefarsi e poi evaporare. E cosa diventi? L’eco di un passato sempre in bilico. Atrabile. Carne che sfrigola emanando un odore agrodolce. Hai presente cosa significa non volersi svegliare, preferire l’oblio, la paura peggiore diviene il porto in cui celarsi dai cattivi pensieri. Lo senti questo crack? Forse pensi sia all’esterno, invece è dentro di me. Sono io che sto morendo. Di dolore, di ansia, di disperazione, di paura. Divorata dalle incertezze. L’impasse e le tue pretese. Sono così da mesi, ma fingevo fosse niente. Non riesco nemmeno a scrivere senza piangere. Ma so di stare impazzendo. Non voglio andare in cura. Non voglio spegnermi. Non voglio essere incatenata. Devo essere come la fenice e rigenerarmi, anche a costo di soffrire ma devo farcela. Perché queste carceri sono come diecimila volte morire. Morire trafitta dagli spilli. Il tuo sangue sulla neve. I piedi rosa salmone. Lo senti attorcigliarsi attorno a te, il giorno della fine. Lo senti e chiedi quasi che ti piombi addosso, l’ansia fa più male. Non so come finirà nel frattempo non posso fingere che nel mio stomaco non stia accadendo niente. È come avere un trapano, si riversa tutto, auto digestione delle emozioni, sono un automa che cammina senza sorridere, te ne sei accorto che non rido da tanto tempo? Sono un fantoccio vuoto che vive tremando, nutrendosi di ossessioni, ma chi vuole vedere queste cose. Troppo presi a criticare e puntare il dito. Non hai fatto questo. Eccoti la mia ripicca. Trova una soluzione. Vaffanculo.
IO MI SONO ROTTA IL CAZZO.
Non posso stare così per nessuno di voi. E se significa chiudere, allora tabula rasa e si riparte da soli. Con le gambe spezzate, con le lacrime agli occhi, fiotti di lacrime di sicuro, ma io non posso vivere in balia di questo temporale.
Devo tornare a splendere. A essere la Maria di sempre. Sempre un po’ triste, ma di una tristezza naturale che svanisce alla prima battuta. Quella Maria voglio essere. Non la pazza furiosa che sono adesso. Non so che dire. Non so che fare. voglio solo finire.

lunedì 12 luglio 2010

It's me Cathy.





Le ore non trascorrono. Mastico gomme senza zucchero. Le canzoni che passano mi distraggono giusto un attimo. Proprio tra le viscere, proprio nelle viscere. La dinamica di un’implosione controllata. Vescicole sferiche dappertutto ripiene del tuo sporco. Come quando ci sfibravamo le vene disegnandoci sopra tratteggi improbabili. I carteggi a senso unico. Ti ho amato così tanto che adesso sono un caso patologico. Assorbivo i discorsi. Mi lampeggiavano gli occhi. Semafori policentrici i tuoi cambi d’umore. Le espressioni improbabili, gli impegni inderogabili, le notti trascorse a farti da ombra, a proteggerti da tutti, da te stesso, perché di questo si trattava. Poi crepare diecimila volte in un infinito di ortensie. Qui a Milano crescono così bene, bisbigli e ti porti un ciuffo di capelli indietro, e sali sull’autobus e mi dici che a Natale potresti venire trovarmi se io restassi. Dormiresti in veranda, con i vecchi giornali e i lavori di patchwork mai conclusi. Guardavo quelle immagini, quegli occhi. Le tue menzogne confutate dai cristalli liquidi. Lei dopotutto non è una cosa da niente. Lei ha qualcosa di particolare che mio malgrado ho anche io. Purtroppo ti piace. Questo mi induce a pensare alle ragioni delle piogge. Se le stelle fossero fisse. E noi ruotassimo come i cavalli delle giostre. Conoscendo le regole. Le leggi della fisica ormai inchiodate alle pagine dei manuali. Mentre tutto è fermo. E tace. E ti accendi una sigaretta e stabilisci che non mi scriverai mai più. Mentre ferisco all’inverosimile chi non vuole lasciarmi andare. Risuonano e sono trombe della morte le tue parole afone.Ho sempre pensato che il vero protagonista di Cime Tempestose non fosse Heathcliff, ma Edgar.

Luglio bastardo.




I biglietti ripiegati nelle tasche. Le tasche ripiegate sulle ginocchia. A fumare e tossire perché è vietato abbaiare. Mi ricordavi una canzone d’estate, la settimana enigmistica, una rivista scandalistica piena di persone abbronzate che ti danno la sensazione di bruciare. Puoi quasi sentire l’odore di salsedine, boccheggi per la calura, il ventilatore ripete ritmicamente che non sarà lui a salvarti da te stesso. Mi sveglio con la cattiva idea di cercarti, di prenderti a schiaffi, di dormire nel tuo letto, o negli scompartimenti dei peggiori treni che comunque vada ci allontanano. Poi si fa tardi e le granite alla fragola non fanno la felicità, però aiutano, molto più dei tuoi finti sorrisi, degli abiti appesi, dell’organza e del tulle che ci stavano soffocando. Ti bisbiglio al telefono che c’è aria di crisi, a furia di piangere sforneremo l’oceano Atlantico, e non c’è modo di insegnarti a parlar francese, il rossetto rosso dopotutto si disfa sempre e tu vesti del colore del mare e ti ostini a non voler essere ricoperto di flash acrobatici e aritmici, la sincope della tecnologia da bere. Quando ci saranno meno pagine da studiare, meno evidenziatori da sprecare, quando non avrò le dita cadenti per l’effetto del ticchettio ritmico sui tasti e sui fogli, allora probabilmente andremo a raccogliere papaveri. Era vagamente romantico lasciare insulti scritti sui biglietti, nasconderli tra l’analisi di linkage e le malattie complesse, non avere nemmeno il coraggio di confessarsi, di togliersi il peso, di levarsi la maglia, di dire ti amo, di prendere a schiaffi il cielo. Avere vent’anni può causare effetti collaterali, vedi foglietto illustrativo, capitolo 13, paragrafo 4.

giovedì 1 luglio 2010

o.o

Don't be down.
Don't be down.
Eppure si avvicina il momento di decidere.
Non riesco a capire cosa voglio sul serio.
Al momento so solo che, nonostante io sia una deficiente patentata che ha smarrito la capacità di apprendere velocemente, come se il mio cervello ormai fosse saturo e non ci fosse più posto, pena l'esplosione e il completo Alzheimer, nonostante non sia degna ho capito che sto facendo la cosa giusta, intendo, sto studiando quello che fa per me. D'accordo, l'amore per i libri e la scrittura mi accompagneranno sempre, e magari ci farò un pensierino semmai si presentasse un'ottima idea da realizzare, ma fino ad allora non provo pena per non aver seguito il ramo umanistico. Io voglio tenere un cuore umano in mano, ok, magari mi basterebbe meno, ma mi sta prendendo parecchio pure l'idea di chirurgia. Solo che sono incapace a volte di inserire delle chiavi nella serratura, figuriamoci armeggiare con strumenti sofisticati e con tutta quell'ansia data dalla consapevolezza di avere tra le mani una vita umana. Però come deve essere bello, come ci si deve sentire bene.
D'accordo, basta così.
Devo solo capire come e dove proseguire la mia carriera accademica.
Presto.

giovedì 24 giugno 2010

Coltello.







Noi due ci stiamo assiderando. Nel freddo delle parole di troppo. Dei silenzi. Delle telefonate in cui il nervosismo ti cade addosso fulminandoti. Hai la voce sempre più oscena. Irritabile da far male. Mi ricordo di quando bastavano le promesse a renderci tranquilli. Vedersi, baciarsi, urlare senza sosta una canzone che sa di mare. Gli ospedali in cui, un giorno, firmeremo cartelle cliniche. Gli alberghi di provincia dove ci comportiamo come vecchie dive, con il foulard, gli occhiali da sole, il rossetto rosso, il cerone di Lady Gaga per ridimensionare, sconvolgere i contorni. Le camere da letto costellate di vecchie foto. La tua mano che mi tratteneva, io che dicevo di mollare la presa, non riuscivo a dormire. Il panda specializzato nelle arti marziali, la tua gatta selvatica che faceva le fusa alle finestre. Faceva male salire su quel treno, imbarcarsi nel viaggio a ritroso, riempirsi di altre favole in cui il lieto fine non poteva mancare. Sorretta dal tuo sguardo appena rabbuiato, dalla tua corsa parallela ai binari, dagli addii che terminavano solo quando non c’erano più centesimi da spendere. Erano belle quelle promesse, sembrava di vivere nello zucchero filato, nel miele più denso in cui si affogava e si moriva un po’, piccoli pezzi di cervello del tutto inutili che si sfilacciavano, ma la perfezione ha bisogno si sacrifici, si sa. E quando ci siamo imbottiti di sigarette perché altrimenti non ci si riusciva a sconfiggere l’imbarazzo, la vergogna, la certezza che la nebbia milanese fosse meno fitta di quei discorsi di silenzio. Era bello. Adesso è un altro tipo di silenzio, di quello che vuoi scacciare via con un cerotto, un incubo, un sogno davvero vivido che non ti abbandona per giorni, come l’ansia delle attese, l’inquietudine delle attese, che ti logora dentro, scavandoti, portando alla luce reperti archeologici costali e cardiaci. Non ho mai voluto che tu fossi per me il coltello, ma se proprio vuoi allora uccidimi in fretta.


Ho sempre pensato che le biciclette vecchio stile fossero opere d'arte.

martedì 22 giugno 2010

Miss You P.






Mi manca gridare Show must go on mentre sfrecciamo in direzione del mare, io e te, con le peggiori intenzioni, spaventare i passanti e sconsacrare i luoghi di culto, riempirci di schifezze ipercaloriche al Mc Donald’s dove sei incapace di ordinare una maledetta CocaCola senza far impazzire i camerieri. E mi mancano le tue espressioni bizzarre. Quando allunghi le labbra. Quella faccia da bambino del terzo mondo. O i monologhi su libri, teorie senza alcuna dimostrazione reale, divagazioni pseudofilosofiche che ad un certo punto smetto di ascoltare. Mi manca abbracciarti. Starti vicino. Guardarti negli occhi. Non bisogna aprir bocca, la perfezione è nell’assenza, nel non finito, lo sapeva Michelangelo ai suoi tempi. Sai cosa mi manca ? Quando mi prendi in giro, ed il fascino con cui mi ripeti che sono una camionista. O quando sostieni che abbia il piccolo problema di russare sonoramente. Non c’è niente di più divertente che prenderti in giro mentre cerchi di fare un discorso serio. Quando davanti a quella discoteca fingevi di aver bisogno di una pasticca, ed io ero una povera passante scambiata per pusher. Quell’accento maledetto, le magliette dai colori anomali. Mi piace cambiar canzone e impedire che Battiato abbia l’ultima parola. E dopo quando ti assale la tristezza, ad ogni addio sui binari. Si piange sempre un po’, mi aiuti a caricare i bagagli io ti saluto tra tutte quelle luci, nella sera che incombe e ci allontana. I kilometri si sfilacciano. Il tempo si sfalda. Il tuo profumo no. Mi manchi. Mi manchi. Sì. Questo è il mio pensiero fisso del giorno. Sei un’oasi. Sei l’armonia. La nota che mancava al profumo affinché diventasse immortale, non passasse mai, in quel film con quell’assassino psicopatico. E se chiudo gli occhi vedo te che mi guardi, senza sorridere, senza parlare, mi sento meglio, mi dai il coraggio di riaprirli. Di essere fiera di me anche se sono uno schifo pazzesco, di non sentirmi meno perfetta degli altri. O almeno credo. Buonanotte, ti amo.

domenica 20 giugno 2010

C 7 Nervi Scoperti .







I giorni passavano. Nulla. Non accadeva nulla. Inspirava forte il sapore del nulla. Il buio le baluginava davanti. Nella sciarpa fucsia, l’unico particolare che potesse distinguerla dalla notte. Viso pallido, vampiresco, a parte. Lilith si sfiorava le labbra con le dita gelide. Pioveva. Come quella volta. Pioveva e le si strappava il cuore. Come un motore di una vecchia Panda che graffiava tentando di celare la sua età. Negli occhi qualcosa che rasentava una nebulosa grigia. Le pupille vitree. Stava fumando troppo, le veniva da tossire. Sentiva la gamba tremarle. Eggià. Come empatizzare oltre ogni limite. Le labbra sulle labbra. Respiri di silenzi. Ricordava con perfezione il momento in cui le loro bocche si erano toccate. O meglio, Luxor l’aveva baciata. Poi aveva ignorato l’accaduto. Semplicemente non era successo. Il niente. Ecco il punto. La pioggia le bagnava le mani, le dita sulle labbra, il freddo pungente. Quella panchina dove erano iniziati i suoi guai. Era sola, come sempre. Nei momenti in cui vale la pena chiedere aiuto si è sempre soli. L’odore del silenzio era pungente, acre. Il fango sulla strada. Il contrasto delle luci, quei lampioni le fagocitavano l’anima.
Non aveva avuto il coraggio di restare sola, così aveva comprato dell’alcol. Al supermarket. Dal tipo strano che sorrideva senza mento. Con i denti gialli e appuntiti, che voleva a tutti i costi passare per simpatico. Gli avrebbe ficcato un coltello nelle budella. Premere su e giù per impedire la cicatrizzazione, come diceva quel libro. Sarebbe crepato in venti minuti. Per imparare ad uccidere un uomo basta leggere romanzi, memorizzare e intrecciare le vicende. Per vivere bastava guardare fiction in tv, e sorridere, sorridere sempre. Aveva preso della Vodka, e delle caramelle gommose. Mancava solo Luxor. Era l’assenza la nuova presenza. Palahniuk non mente.
L’assenza.
Le correva nelle vene. Le bruciava l’anima. Viva e morta. Veleno dei poveri.
Luxor non c’era.
Le aveva scritto un messaggio. Alle prove aveva conosciuto una ragazza. Non gli piaceva granché, ma lei pareva adorarlo. Mangiarlo con gli occhi. Voleva uscire con lui.
Quelle parole le correvano davanti agli occhi, spilli nella carne. Assideramento.
Bene, buona fortuna.
Era riuscita a rispondergli solo quello.
Buona fottutissima fortuna.
Divertiti e non pensare alla Stronza. La presenza che comunque si frapponeva tra loro due, se mai un loro due ci fosse mai stato. Lei che era bella e seducente, con le gambe storte e il naso alla Carrie, e che era bella da far male, al punto che lui dimenticava perfino il dolore per la mancanza dell’Innominata per bruciare come una falena al fuoco dell’ossessione.
Quante assenze le impedivano di essere viva.
Luxor non c’era.
Le malattie a volte non hanno bisogno di un patogeno per manifestarsi.
A volte il patogeno non deve essere necessariamente virale o batterico.
I sentimenti infettano perfino gli appartamenti. Hanno sporcato perfino le capitali. I sentimenti sono il cancro del mondo.
Così lei restava a fissare il vuoto. La settima cervicale scoperta nonostante la pioggia. I capelli ormai viscidi e zuppi nascondevano i suoi occhi.
I nervi scoperti. L’ecatombe. Le esplosioni nucleari di Chernobyl.
Lilith per questo aveva una bottiglia di Vodka sotto la pioggia. E non piangeva. E fissava il vuoto.
E lasciava che il vuoto potesse, attentamente, guardare lei.

sabato 19 giugno 2010

C 6




L’umorismo era il loro forte. Si dovevano ubriacare per ridere a briglia sciolta sulle loro disgrazie. Nonostante questo Luxor non perdeva mai abbastanza il controllo per parlare del male maggiore, non era di certo roba da condividere su due piedi solo perché i vestiti erano impregnati di alcol e odori corporei e si lacrimava vodka dalle fessure oculari.
Era piuttosto argomento di conversazione che si affievoliva nei giorni feriali per infuriare a novembre, quando nessuno avrebbe potuto impedirgli di chiudersi in casa e sognare di diventare un agente segreto, cantante, poeta, strimpellatore professionista con il ciuffo alla De Andrè e con mille storie impossibili con puttane inafferrabili delle mille vie del Campo del mondo.
Lilith si aspettava un futuro più o meno comune, diceva sorseggiando dal bicchiere qualcosa di apparentemente velenoso. Anche se, in effetti ce l’aveva anche lei un’idea che le balzava per la testa fulminandola, poi scompariva e non faceva più capolino perché la relegava nelle segrete dei mille castelli illuminati di pianura con cinghie di nebbia che e camicie di forza e maschere di cuoio.
Le piaceva scrivere, per questo si finiva spesso per parlar di libri, a volte si ripiegava sulla politica ma nessuno dei due ci capiva abbastanza. Coglievano l’indispensabile, avevano degli ideali che nessuna fazione per ora sapeva rappresentare.
Dovremmo adattare la tecnica Woodstock, suggeriva Luxor sputando nell’aere quintali di fumo.
E quale sarebbe?
Scopare e suonare per governare il mondo.
Mi sembra un’idea di parte. Io non so suonare.
Nemmeno io, ma potrei essere Ministro del Sesso. Se vuoi te lo dimostro, e per te farei anche lo strappo alla regola rendendomi ridicolo nel suonarti una serenata.
Ridevano, nessuno dei due era troppo d’accordo, o almeno questo volevano far credere all’altro.
Poi finivano per sedersi per terra, si accendevano una sigaretta, l’ennesima. Nei loro cappotti neri, nei loro sguardi ambrati dai lampioni accesi, il centro dello spazio sembrava sconfinare ed era l’infinito a dominarli, la piazza non serviva a nient’altro se non permettere loro di sdraiarsi, erano i senzatetto del futuro, erano punti di domanda a cui non era necessario dar risposta.
Se ne infischiavano di Dio e della morte, semplicemente bastava esistere, occupare uno spazio, sentirsi reali.
Forse fu per questo che le si avvicinò per darle un bacio senza che lei si scansasse.
Forse fu per questo che poi le domandò perdono e si nascose la testa tra le mani come se avesse compiuto un delitto.
In effetti il delitto era stato compiuto, ma questo non era importante.
Lilith rimase a fissare il fumo che le usciva dalla bocca, gli occhi accesi color di foglia bruciata, l’espressione persa nel cielo più cupo che la schiacciava.
Il suo cuore crepitava nel petto, ma questo non era necessariamente un problema.
Le labbra rosse, ancora umide, il segno della sua resa.

sabato 12 giugno 2010

C 5

L’universo attorno a noi mi fa sentire così piccola.
Luxor la osservava sorseggiando un po’ di vodka, le brillavano gli occhi, aveva le guance colorate di rosso.
Le disse che era l’universo che albergava negli uomini a farlo sentire smarrito e confuso.
Le aveva parlato di una ragazza che amava a tempo perso. Era come vivere la ballata dell’Amore cieco e della Vanità, aveva asserito con aria seria. La gelosia aveva iniziato a tormentarla, l’aveva schiacciata fino a soffocarla, doveva recidersi la carotide per non pensarci, ma quel bruciore nello stomaco poteva benissimo collegarlo allo stress, non era perché desiderava che Luxor non vedesse il bello in nient’altro che l’inanimato, o l’inarrivabile, come la musica, l’arte, il fascino della bellezza come essere assente e ineffabile. Le belle ragazze che lo ferivano e gli davano il tormento non potevano intromettersi nell’immagine perfetta che aveva di lui. Anche se Luxor non faceva altro che parlare dell’altra. Non era una persona che si potesse nominare, bisognava attestarne l’esistenza in silenzio, darle un nome, un volto, era malefico, un peccato mortale, o comunque gli riusciva difficile riversare anche quel brandello di umanità in Lilith senza scoppiare in pianto.
Non che l’amasse, almeno non credeva fosse quello l’amore. Però c’era qualcosa di sbagliato in lei che lo attirava. Forse la sua incapacità di sceglierlo. Forse l’averlo sedotto e abbandonato. Le raccontò di quando gli aveva mostrato le gambe, lei si vergognava delle sue ginocchia, della bellezza imperfetta di quegli arti che ai suoi occhi sembravano divini, superiori a quelli comuni.
Lilith annuiva, lo stomaco pareva scoppiarle, ma annuiva. Le disse di quando lo gettò sul letto e si confusero tra le lenzuola senza dire niente, non era necessario parlare. Poi lei tornò dal suo ragazzo, un universitario con l’alitosi, e gli disse che era stato solo un errore da dimenticare.
Io mi ci ero affezionato, biascicò lui guardando il soffitto.
Io quando sono giù mi imbottisco di caramelle. Sempre meglio che imbottirsi di farmaci.
Io di vodka, quando bevo vodka o scrivo c’è sempre qualcosa che non va. Lilith, dovresti perdonarmi, ti sto riempiendo la testa di stupidaggini. Le mie sciocchezze. Non dovresti voler essere mia amica, non c’è nulla di buono in me.
Hai bisogno di altra vodka, sentenziò lei, abbassando gli occhi ad analizzarsi le scarpe.

C 4




Spesso la portava in giro, al parco. Una piccola foresta portatile, che si ergeva nell’asfalto. Era terribilmente sbagliato desiderare che l’acchiappasogni le impedisse di star male, ma Lilith aveva deciso di scongiurare il dolore e abiurare il buonsenso semplicemente non pensandoci.
Lui aveva un umorismo nero e la gamba continuava a fargli male. Un passato fatto di rinunce, di perdite, di persone volatilizzate. Lei voleva spiegargli che non vi era nulla di particolarmente eccezionale in un passato di merda, era condiviso da tutti, o quasi, chiunque percepiva l’abbandono in un modo differente, tutti ne uscivano sconfitti, non c’era modo per sfuggire alle cicatrici che erano state imposte dal destino, da dio, dalle navicelle spaziali da cui i primi uomini erano atterrati.
Luxor allora le rivolgeva un’occhiata tagliente. Lilith si sentiva perforare da quegli occhi. Che dopotutto non avevano nulla di speciale, ma era come venir esposti ad un microscopio, analizzati dal più ambizioso dei ricercatori. Con scrupolo e folle voglia di rivoltare tutto. A volte, passeggiando nei vicoli rinascimentali, lui le si avvicinava e le baciava la guancia con aria sperduta. Ed era giusto e naturale che così fosse, cosa poteva esserci di sbagliato in un gesto simile?
Lilith si domandava perché lei non potesse ricambiare. Quando pioveva abitavano lo stesso ombrello rosso del primo incontro, si fermavano davanti alle vetrine dei dischi, lui le indicava qualcosa che a lei interessava poco dapprincipio ma poi, per qualche motivo iniziava ad incuriosirsi.
“Sai ho una band” le disse come ricordandosene all’improvviso “ dovrei portarti a un mio concerto. Saresti la mia ombra. Non ti lascerei sola, non sei un puntino nel marasma di facce che dimentico. Lilith probabilmente se tutto fosse diverso” si fermò e ricominciò a impartirle lezioni sui migliori libri da comprare per sopravvivere ad un inverno di periferia.
Lei annuì senza voler sapere come continuasse. Dopotutto non c’era null’altro da aggiungere. Probabilmente in altre circostanze sarebbe stato tutto diverso. Lei probabilmente non si sarebbe fermata colpita da chissà quale ispirazione divina a soccorrere quel semibarbone postadolescente che si scolava birra e macinava canzoni antisociali alla luce di un lampione storpio in pieno centro.
probabilmente sarebbe passata avanti, ignorandolo e impedendosi di commentare francamente la scena. Probabilmente.
O forse avrebbe fatto lo stesso comunque. Probabile.

venerdì 11 giugno 2010

C 3




Bevevano come folli. Luxor le raccontava alla luce di quel locale pulcioso pieno di insegne e facce di Stanley Kubrick di come fosse difficile credere ancora. Quando tutto pareva sfumare in un punto interrogativo sfaccettato di nero. Lilith si domandava come si fosse alzato dal baratro, cosa l’avesse spinto a continuare a parlare, bere, mangiare. A non sciuparsi.
Non sarebbe stato utile a riportarla qui, bisbigliò francamente. Per un periodo non le disse di chi stesse parlando. Poi le spiegò della malattia, delle ore trascorse in corridoio.
Non hai idea di come facciano male le gambe quando resti in piedi per venti ore di fila a fissare la vita sciabordare via. Ma dopotutto cos’era il mio dolore al confronto del suo? Lei era trafitta dalle flebo, un tubo le permetteva di respirare, non aveva più capelli, le labbra screpolate, la pelle verdastra, era diventata un ammasso informe, deperita, distrutta, sfiancata. Ma era pur sempre lei.
La birra colava dal boccale, gli disegnava gocce sul collo, che si disfacevano, nuvole di lenzuola. Luxor non aveva idea di come quelle parole le facessero male. Non era una semplice pena, un dispiacere. Era malessere fisico, lui si liberava e lei tornata a casa si chinava in un angolo a piangere, strapparsi i capelli, perdersi nei silenzi e nei pensieri più cupi. L’empatia faceva male e non c’era modo di smetterla, era dipendenza, la dipendenza da un semisconosciuto che le parlava di amore e morte e le consigliava buoni libri e buona musica e buoni ansiolitici, semmai li avesse voluti, ma che rimaneva comunque un estraneo.
Si salutavano di fronte al castello, lei non diceva niente, gli sorrideva con aria malinconica, lui le bisbigliava qualcosa in un dialetto incomprensibile, e immancabilmente spariva nel cappotto scuro, i capelli al vento, la gamba leggermente fiacca con cui zoppicava a intervalli regolari.

C 2 Epistrofeo.




Aveva dei lunghi capelli neri che gli coprivano gli occhi. Ebbe il coraggio di scrutarli solo un attimo, azzurri. Era seduto su una panchina segnata dalla pioggia. Le scritte indecifrabili di amori naufragati. Un po’ di foglie secche per terra amalgamate in pozze fangose. Il suo ombrello era troppo rosso, e le mani le tremavano, e il cuore era incastrato nell’esofago, non era donna di grandi azioni. Eppure lo sconosciuto che fissava il vuoto in maniera talmente perfetta le stava perforando il peritoneo, si disincagliava la cistifellea, arrivederci dotto biliare, ciao. Aveva un modo talmente educato e anacronistico di restare in silenzio e di impedirsi di piangere.
“Serve un ombrello sul capo con questa pioggia. Posso sedermi?”
Lui la fissò e quegli occhi parvero trapanarla da parte a parte.
“Credevo che fossi l’unico in città a importunare gli estranei” bisbigliò lui, sfatto.
“Mi chiamo Lilith, e non ho potuto non fermarmi. Sono un’impicciona, perdonami”
“Io mi chiamo Luxor, e a quanto pare sono irresistibile quando puzzo di alcol e sono sull’orlo del suicidio”
“L’espressione giusta è faccio pena, ma chiamala come vuoi, dopotutto sei tu quello depresso”
Non ci si rende conto fin da subito quando un istante cambia la tua vita. Quel giorno però le si spezzò l’epistrofeo, e ci volle un niente perché il respiro sfumasse e tutto diventasse buio.

C 1








Si pettinavano le vene scheggiandosi con le punte dei denti.
Il sangue sembrava raggrumarsi nell'esofago ed era complicata la peristalsi.
Le chiedeva, steso sulla moquette, da quanto tempo lo stesse osservando.
Lilith si raggomitolava in un angolo, sprofondando gli occhi da qualche parte sotto i capelli, perdendosi tra le braccia e il petto. Non rispose, decise di diventare parte del muro, del copriletto, del lilla indistinto di quella stanza di merda.
Non avrebbe singhiozzato quella volta. Si malediceva di essere così succube.
Ora che si era giocata l'ultimo brandello di dignità non le restava altro che assistere l'oggetto delle sue disgrazie, il suo vaso di Pandora e attendere la caduta nel baratro. Il nero più cupo che le colava nell'aorta, e piano lei moriva in silenzio.
Le chiese di chiudere le tapparelle, sigillare la porta, non doveva entrare la notte in quella stanza.
Come se non fosse già notte da tempo.
Una notte perenne che seguitava a metastatizzare loro addosso.

martedì 8 giugno 2010

Dissero Addio per Sempre.



Camminavano e le sigarette disegnavano i loro silenzi appena accennati. Incartapecorirsi fino a ostentare piccole crepe nell'opulenza della pioggia più cupa. Quando i lampioni abbagliavano quegli occhi così feriti da sanguinare tempesta e il sangue disegnava sulle labbra piccoli zampilli di fermezza, un rossetto che nessuna donna osa adoperare. Poi si faceva tardi e con le mani spingere verso l'infinito perchè fosse un po' più spazioso. Nel comfort dei sedili delle astronavi che puntavano quell'osservatorio per UFO che è semplicemente un paesino altezzoso cozzare labbra contro labbra in un inevitabile chiasmo. I respiri sincopati e le canzoni alla radio. Quando persero cognizione del tempo, del corpo, del pensiero per imbarcarsi nella peggiore delle missioni, panismo dell'indistino, la spazzatura del reale abbigliata di rottami e fazzoletti verdastri, stendersi e confondersi coi volantini strappati per non vedere, quelle parole che dardeggiano, quelle parole che stepitano. E' lacerante sentirsi così maledettamente vivi ed essere confinati nei propri errori, piccole celle arredate ubicate in pochi metriquadri nella mente, dove non arriva nè pane nè acqua e ci si scarnifica a poco a poco rimembrando le giornate passate a bruciare gli steli dei fiori primaverili, su fiumi inevitabilmente pesti, con gli abiti migliori e i sorrisi meno sinceri.
Parlarono velocemente, con accenti vaganti che parevano pallottole, dalle finestre li fissavano uomini già morti e le tendine a pois giallognole, lei aveva un rossetto pretenzioso, lui una maglia in cui voleva raccogliere il colore dei cieli, si bisbigliavano poesie andate a male, le utopie delle quattro di notte che sfumano nei sogni, dei televisori e degli inceneritori e dei disastri ambientali dove le spiagge sono state malmenate dalle bottiglie di vodka scagliate contro il dolore.
Si tenevano la testa, volevano dimenticare, si stordivano arricciandosi le ciglia con la salsedine e il sentore del più puro smarrimento.
Non avevano coraggio di urlare contro i tombini, per questo se la presero con il cielo.
In quel buio immondo senza alcuna ragione sparirono.
Si fissarono negli occhi per un istante e si dissero addio per sempre.

lunedì 7 giugno 2010

Inscatolare il Dolore.




Mi sembrava complicato inscatolare il dolore, piccole pillole da smarrire per strada, nella simmetria ferrica dei tombini umidi, dove scivoli, e maledici la pubblica istruzione perchè non sai proprio quale perifrasi inventare per nascondere il capitombolo.
Quella volta pioveva e mi hai detto che era proprio come volevo io.
Poi mi abbracciavi bisbigliando qualcosa di incomprensibile in inglese antico.
Le promesse nelle erbe e i papaveri devastavano i campi, c'era rosso dapperttutto, mi pareva di annegare tra quei simulacri di parole tra un litigio e l'altro, perdendo il senso, sciogliendomi in cremosa disfatta, smarrendo il punto.
Poi il punto arrivava e ci si sorrideva ancora e sembra difficile credere che si è trascorso del tempo a scagliarsi addosso le illazioni peggiori, i malumori stagionali, quelli che ricopri con il cellophane quando è ora di fare l'inventario della tua vita, li ingabbi in un armadio retrò e indossi senza vergogna un foulard che sa di Parigi e di tragedie facili.
Ti sto bruciando l'anima con l'arancio del mozzicone e mi faccio male nell'intento di ucciderti.
Non domandarmi perchè lo faccio, deve essere semplicemente che sono una fottuta puttana.
Ma tu mi parli d'amore, con la schiena bruciata, con gli occhi che piovono affetto, tutto quello che io non so dare. Quando è esplosa la bomba atomica qualcuno stava ridendo. Mi accarezzi i capelli dicendomi che non dovrei preoccuparmi di niente. I silenzi fanno male e non bisogna mai smettere di parlare. Poi ti siedi nella vasca e cerchi nello specchio un mio sorriso.
Infine ti lasci sconfiggere dal rubinetto, abbassi il capo, ti si bagnano le calze, ti si bagnano le ossa, le arterie più mostruose, i globuli rossi.
P non mi abbandonare.

domenica 6 giugno 2010

Definire i contorni .


Decidemmo di non parlare. Di restare a fissare le stelle. Si crepava la volta celeste. Minuscole scaglie del nero più cupo. I petali dei tumori che ti metastatizzano addosso. Come gli abiti delle signore di classe.
A rincorrere le maschere e i dieci comandamenti e i dieci telecomandi si rischiava di ferirsi. Di compatirsi. E sgranocchiare dei cereali al cioccolato non è necessariamente una priorità. Ti hanno raccontato delle leggende metropolitane, e tornata a casa ti sei resa conto che parlavano della tua vita.
Come quando ti fissavi i polsi e ti domandavi quale misteriosa forza ti impedisse di tagliarli. Colorare con i pastelli le vetrate delle cattedrali. Quell'odore di crisantemi. Le belle vestali che vanno a letto con i principi dei cieli. Le battaglie epiche al telefono per dirti ti amo senza strafare. Abbiamo passato parecchie ore domandandoci cosa ci permettesse di riconoscerci nonostante gli innumerevoli viaggi sui binari. Trovi metafisico passeggiare per l'Italia, infischiandosene dell'Eurostar, dei ritardi e dei biglietti troppo costosi. La tua voce dissonante e quell'accento appariscente che ti fa ridere a cinquecento chilometri di distanza.
Poi viene sera e lo stucco scivola giù dalle pareti e dalle tue guance.
Non rimane che rossetto sfatto a definire i contorni.
Un brindisi ai nostri anni amari. Che passeranno.
E allora ci sarà sul serio da preoccuparsi.

venerdì 16 aprile 2010

Tutto era oro.




Tu mi amavi bisbigliando vagamente. Le parole sdrucciole, la terra molle. I tuoi sguardi mi sbucciavano le vene. Le risposte immunitarie si innescavano. Cascate infiammatorie, la coca cola. Mi ricordo che con le sigarette abbiamo bruciato tutte le stelle. Lentamente, la peristalsi ristabiliva il confine tra i nostri corpi raggomitolati. In un attimo si scrostavano tutte le vertebre. Newton non ci aveva mai parlato di come fa male separarsi nelle giornate di pioggia quando vomiti a intermittenza addii senza poter aprir bocca, dai finestrini degli Eurostar che straripano, di come i cuori diventino tumefatti allo sparire della stazione, delle bombe a orologeria con cui faresti esplodere le distanze. Ma lo spazio non è stato ancora filosoficamente risolto, per ora puoi fumare una sigaretta e farti disarcionare dai giorni che s'incagliano tra i capelli, l'attesa tra le ore deluse, nella precaria certezza di una nuova alba, scrivendo di una giornata di sole trascorsa con te, dove tutto era oro anche se non luccicava.

martedì 16 marzo 2010

Carciofi.

Il silenzio mi sta corrodendo.
Sono trascorse giornate violente, di attese alla cassa per uno stupido yogurt. Sogni interrotti addestrati a mordere. Leggevo un libro sul treno piangendo diretta al Nord. Mi domando come sia possibile avere la mente affollata da falene minacciose che non vogliono morire. Larve che si infiltrano nelle discussioni delle undici. Piccoli focolai di umori instabili che mi biascicano dentro confondendomi. Mi domando cosa sia questa sensazione. Mi sono ritrovata a fissare il foglio bianco nel bel mezzo di biochimica. Immaginavo quello che non è, che nessuno avrà il coraggio o la volontà di concretizzare. Non è questione di desossiribosio, ma comunque, come in tutte le cose, in qualche modo rientra nel discorso. Il punto è che lampeggia tutto ultimamente. Le strisce pedonali si sfaldano. Le parole di ieri si sfibrano, sfaldando il senso comune, e mi trovo con l'adrenalina a mille mentre sono completamente immobile, a ripetermi che no, comunque non dovrei sentirmi così.
Tra parentesi continuo a sprofondare negli abissi dell'obesità.
Tra poco davvero andrò a scuola rotolando.
E pensare che un anno fa stavo bene.
Un anno fa stava per accadere. Sfuggiva alla mia vista la stella polare, e benvenuti nel fantastico mondo dei buchi neri. Smarrire la ragione nelle cascate di vodka.
Adesso sono in balia di nuovi venti, la bagnarola è sempre meno stabile, ma no, non ancora tenterò di tagliarmi le vene, sebbene sia questo che tutti si aspettano da questo post.
No.
Credo che al massimo mi ubriacherò, e se non dovesse bastare me la prenderò con chiunque mi voglia bene rendendomi odiosa.
Allora inizierò a studiare e così scaricherò la rabbia. Sarò sola, ma almeno non più nervosa.

lunedì 8 marzo 2010

E dopotutto chissenefrega.





Sta bruciando.
Arde. Sfrigola. Hai idea di cosa significhi in realtà "liquefazione" ?
Quando ti cola la vernice dalle scarpe.
Con i denti di latta che si convertono in fedi nuziali.
Abbiamo parlato di guerre puniche e dichiarazioni d'indipendenza. Della naturalezza con cui le tue dita percorrono la colonna vertebrale delle ragazze magre. Dei cieli sorvolati da sms ubriachi che ti portano il buongiorno, i ti amo, i come stai. Paracadutisti anonimi che si scagliano dai cornicioni e dalle guglie del duomo per sorprenderti con delle cattive notizie. E tu sorseggi la coca cola brindando ai rimasugli del buon tempo che non è mai stato troppo fedele.
Questa città che sale e che emana liquidi seminali da tutti i tombini di tutti i quartieri delle linee metropolitane e tramviarie.
Quanti minuti ho passato a contarti i capelli nell'attesa della stazione successiva. A volte mi rendo conto di star fissando un punto preciso del pavimento, è lì che si cristallizzano le pupille, si dilatano e diventano l'interno della stanza, e tu sei il punto e ti senti osservato.
Deve essere così che si finisce per temere il proprio io e si diventa personae, maschere. Questa ipercorrezione ha finito per inscatolarci, e dopotutto chissenefrega.

sabato 6 febbraio 2010

(Piromani) si muore.




Le ossessioni, i malumori, l'alito cattivo, gli autobus, le biciclette, i cerchi alle orecchie. Poi appesantirci con un po' di vino che sa d'aceto e i tuoi enzimi sono più ubriachi di te, cosa vuoi che catalizzino. Perchè a volte un tiro a segno può essere la tua unica ragione di vita. Come quando la notte ascoltando Piromani si muore ti senti travolgere dal calore delle lenzuola. Le invaginazioni di membrana e il materasso che si incurva e no, non ti ritrovi a Narnia, ma stai piangendo, e la musica gracchia ancora, andiamo a vedere le luci della centrale elettrica. Andiamoci a questa cazzo di centrale, ma la vedi da dietro gli occhiali da sole e c'è un finestrino a frapporsi tra le storie di ieri e i capitomboli di un sabato insensato trascorso tra alfa eliche e foglietti beta su cui non si può nemmeno scrivere. Grazie a te so che se non riuscissi nemmeno a muovere il braccio potrebbe essere un infarto. Mi vengono in mente frasi che si rincorrono formando un cubo di Rubick che nemmeno Rubick ha osato risolvere. Ci sono dialoghi che si riducono a sillabazioni singhiozzanti, e cuori che si ossidano alla luce comatosa degli ecocardiogrammi spenti. Quando avevamo gli occhi a portata di labbra e ti baciavo le ciglia dicendoti, respira. Per dormire mi imbottisco di aspirina e di tritolo, e da un po' non c'è nessuno che dice in giro che odio il mio lavoro. Ti dedico questi silenzi imbarazzanti. Gli orgasmi degli yogurt. I capelli dall'andamento strano. Le onde acustiche e la luce bianca del neon di questa camera asettica che puzza di tonno. Ti dedico tutto questo più i miei diecimila principi appesi male, i post it, le illazioni, i silenzi tragici in cui ci siamo nascosti, infarcendo gli scatoloni di vecchie scarpe che ci sono sempre andate male. Le ristrettezze economiche e le righe sui tuoi pantaloni. Il nero non è mai stato il nostro colore di bandiera, ma c'è qualcosa di melanconico nel suono di violino e diventa tutto rosso sadico quando la metropolitana ne viene travolta. Le note stridule e obese e la tua voce che ormai ignoro. Tu che ti sedevi a un tratto sulla moquette e imploravi che ti calmassi. Le iniezioni di buonsenso. I prati verdi. La canzone del sole. Non riesci a capire quanto possa trovare delicata La canzone dell'amore perduto dopo aver ascoltato cosa ne pensavi. Sono così influenzabile che il termometro sballa costantemente. Evviva l'eme e le apoproteine che impediscono all'eme di far baldoria. Poi mi viene in mente che non ho mai capito dove cazzo fosse finita Gloria. Non che voglia svendermi su quel fiume e ricoprirti d'oro e darti in pasto i miei scrupoli e tornare ad essere il ritratto di Dorian Gray come tanti anni fa. Quando avevamo un Eskimo addosso ed eravamo innocenti come le carpe nei fiumi. Con la bocca rossa, ci scambiavamo sorrisi. Poi mi assillavi con la discrezione sdrucita di chi è ansioso d'amare e io mi schermavo dietro torri di Babele bianche, con vessilli invisibili, mi appendevo lì e dondolavo, cullandomi delle tue lusinghe.
Poi sono franata, e nella caduta sai, non urli fino a toccare terra, muori ad un tratto e non sei più. Restano di te solo le cose mai fatte, e i pensieri incastrati nell'ingranaggio metafisico della coscienza, un po' di olio per sgrassare le porte dell'azione, la percezione del fantastico dovrebbe andarsene a puttane. Siamo realistici con le nostre gonne a pois e il rossetto disdicevole. Sono stata troppo sgarbata nel non dirti che avrei voluto poter essere su quella panchina con te, quella volta?Quando tutto è iniziato. Quando mi hai detto "pensavo che solo io mi affezionassi così in fretta alle persone", quando potevo ancora mollare, andarmene a sporcarmi di altre illusioni. Quando già era iniziato a finire il mondo, e non facevo altro che domandarmi quale sarebbe stata la prossima mossa.
Vorrei poterti dire queste cose, più o meno, invece che scriverle maldestramente in uno scroscio di pixel sprecati. Mentre tutto è collassato. E le passanti sono state soppiantate dall'imperatrice. Vorrei dirtelo. Come eravamo belli quel giorno in cui è finito il mondo.

mercoledì 3 febbraio 2010

Il vero punto.





Lei proiettava su di lui le sue migliori aspirazioni.
La poesia indefinita di una giacca nera e dei viaggi nella vecchia Russia.
E pareva diventare bella giorno dopo giorno, una cascata evolutiva che le rimescolava il fenotipo.
Dentro qualcosa le diceva che a infrangersi non ci voleva niente.
Masticava gomme americane, e sigari cubani, e dei mille accenti scozzesi che le bagnavano le labbra non sapeva che farsene quando alle sei di mattina morivano tutte le stelle. L'ecatombe la coglieva di fronte allo schermo di un computer, ed era naturale collassare sulla moquette, in sincrono, sentire il dolore perforarle l'ombelico per un amore frustrato e ossessivo che non aveva nemmeno il diritto di definire morboso. Quello sconfinava in un campo privato, non si possono rubare i fiori alla regina di cuori.
Lui parlava con una cadenza indecifrabile che la faceva sorridere. Un'ombra dai capelli lunghi che Amleto avrebbe deriso tra un monologo e un incontro spettrale. I bicchieri colmi di verità si crepavano in superficie ed era bizzarro poi incontrarsi di nuovo, dopo i pasti e santificare le feste, mostrarsi le ferite, leccare il sale, benedirsi nella tequila e nell'espiazione di un quarto di limone.
I telescopi, gli ottovolanti, i tarocchi della fortuna, e i tiri al bersaglio erano promesse intrinsecamente non mantenibili, c'era qualcosa di brumoso che affiorava dopo ogni puntata di Annozero ad accertarlo.
Però era bello lasciarsi cullare dall'indistinta sensazione della condivisione, del collettivismo, di un'amicizia che era stata solo parassitismo e scambio acrobatico di sorrisi e paure. Donarsi le ansie, l'emocele irrorato di morfina, il sangue affiorava sulla pelle, le guance si coloravano di vittoria.
Poi lo strapiombo, le luci artificiali che dardeggiavano promettendo male, i telefoni chiusi in faccia, il silenzio armato, l'ebbrezza per non sconfinare nel pianto.
Tornando a casa lei si sentiva appesantita da nuove tragedie greche e lui svuotato come dopo una sessione terapeutica degli alcolisti anonimi.
Il dramma non era tanto che Le Chatelier avesse comunque ragione.
L'accondiscendenza, la recisione dei polsi, l'accettazione del ruolo di balia, questo era il punto.

venerdì 29 gennaio 2010

L.



Poi mi vengono in mente tutte le cose che avrei voluto scriverti, e sento l'impulso di inviarti una mail in cui riversarti addosso tutta la mia tristezza, ma questo sarebbe un ricorso storico, un clichè. Ma io per te proverò sempre qualcosa di autentico. Chiamiamolo sentimento dantesco, non c'è altro modo per definirlo. Qualcosa di folle e irrealizzabile.
Che però ti spacca il cuore.
Faccio fisica masticando i ricordi.

Lemon.




Poi abbiamo finito pure le scuse. Su quel banco il ticchettio metallico delle tue scarpe da tic tac mi ha provocato una crisi di panico. L'omicidio è il finale perfetto di un film comico. Hai mai parlato con un muro per poi accorgerti che era tuo padre? Ma ci sono binari che non vogliono ritornare e pagine di libro che non si faranno mai leggere. Come quando ti domandi l'utilità che Battisti trovava nel reggere un fiore in bocca. Forse doveva testare anche lui una dentiera. Le pubblicità rovinano le proprietà magnetiche del cervello e ci risuona nelle vene una sinfonia polifonica della stessa famiglia di Nokia Tunes. Calcolami la varianza dei tuoi pantaloni a pois. Poi finirà che smetterò anche di bere per non battere ciglio all'autogrill davanti a quella collezione immacolata di dischi di De Andrè. L'arte dei musei è solo quella ufficiale. Ho letto racconti che nessuno pubblicherà mai che valgono più di parecchi romanzi famosi sul mercato. Poi mi faccio una sigaretta e penso al tempo atmosferico che non coincide con quello meteorologico, non ricordo com'era la spiegazione. Volevo semplicemente dirti che gli scudi di vetro non nascondono gli sguardi che si scontrano. Poi ti si ferma il sangue e bruciano anche le costole e tutto ondeggia al ritmo del cursore del Nintendo Wii per allenarsi a fare il pugilato. Vasco Rossi non è mai stato così prevedibile e Vasco Brondi non risponde ai messaggi su Facebook. Mi domando cosa sia successo agli aristogatti, che fine abbiano fatto. E tu mi dicevi che avremmo fatto un sacco di assurdità fino a scioglierci l'uno nell'ombra dell'altra. Poi ridiamo guardando orologi d'oro in una vetrina che si spalanca sulla città, per nasconderci dagli sguardi indiscreti delle automobili e dalle miriadi di discussioni e obiezioni e illazioni che, tu sapevi, mi avresti scaraventato presto addosso. Allora non era ancora momento, e quindi godiamoci un campari rumoreggiando a due passi dal comune. Poi ricordi, sbocciavano le viole. Ma questo De Andrè lo sapeva da prima che nascessimo, soprattutto prima che nascessi tu, era intossicamento da troppa televisione spazzatura, poi ti avvicinavi con la chitarra e mi dicevi che avresti suonato per me, non avevi idea delle note, ma avremmo improvvisato, come sempre, cosa c'era di meglio nel costruirsi la propria romanza personale tra un pacchetto di sigarette e di cioccolatini alla ciliegia. La quaresima metterà in allarme tutte le suore. Le mestruazioni la smetteranno di arrivare. E ci sentiremo tutti in croce appesi ai nostri problemi, e alle buste della spesa, mai così gialle e pesanti.Ti scrivo da dietro una coltre grumosa di pensieri, ad un tratto mi sono resa conto di non star parlando al telefono con l'ente per la tutela di consumatori di emule, è stato piuttosto imbarazzante, allora ho dovuto parlare dei problemi con i miei parenti, e delle mille porte che sogno la notte senza un particolare motivo. Potresti credere di essere anormale. Pazzo. Questo magari ti fa sentire speciale. Poi cosa vorrai ancora? Fiori? Che ne dici delle rose? E magari il premio Nobel. E cos'altro, dimmi che prendo nota. Poi ti rendi conto che l'unica cosa sbagliata in te è che sei troppo a posto, e ti ritrovi a lanciare Molotov a caso sulla folla credendo di essere in una manifestazione storica, di quelle tipicamente americane con Lincoln e la sua barba irrimediabilmente incolta, il cilindro chilometrico e tanta rabbia negli occhi perchè nessuno ha fermato quel proiettile a tempo debito. Saremo vestite da supereroi e il nostro avversario sarà il Luogo Comune, e ci renderemo conto che le sue armi sono le nostre e che forse non stiamo combattento con niente oltre che contro noi stessi.
Perchè bisogna accettare che no c'è diversità, nella distribuzione lineare di variabili continue se sommi o sottrai tre volte la varianza cumuli circa il 99.7% dell'area sottesa alla curva, e credimi, noi siamo sotto quella curva, non c'è mascara che tenga.
Poi il colesterolo trasuda dalle tue scarpe e mi viene da pensare che sì, comprerò quel fottuto rosario elettronico e andrò in chiesa e mi cumulerò allo spirito di bellezza noto a tutti come L'Oreal, e sì, fingerò di crederci per tutti voi, compreso te che meriti la bolla papale d'esilio perenne.
Sai che un sinonimo di orgasmo è climax?
Le figure retoriche sono pornografia.

martedì 26 gennaio 2010

Nel frattempo.

In effetti sono scossa.
Un malessere generalmente diffuso, ma nessuno avrà la soddisfazione di consigliarmi su cosa fare, resterò a casa a studiare la Poisson e quel che la segue senza battere ciglio, senza piangere, senza aprir bocca. Senza altri luoghi comuni.
Non ho nemmeno le scarpe con cui giocare. I lacci hanno qualcosa di morboso.
Mi viene in mente che mille foto le ho scattate solo per te.
Da un po' ho smesso di devastarmi. Con gli orari impossibili. I cicchetti di rum. O le pellicole cinematografiche cromatiche. Non che stia meglio, ma nemmeno peggio. Hai presente quando i Griffin sono andati in Purgatorio? "Non è bello, ma nemmeno brutto. E'... così così".
Il così così forse è il migliore dei mondi possibili. Leibniz ci ha bloccato la crescita uccidendo Kenny e tutte le nostre speranze di riscossa.
Anche se non sembra io la musica la ascolto poco e con disgusto.
Deve essere qualche problema al livello del dna.
Qualcosa tra la L e la N.
Poi ci sono lettere che resteranno per sempre impresse sulle braccia, quasi fosse la corteccia di una quercia.
Mi fa schifo ammetterlo, ma si, stavo perfino dimagrendo un anno fa.
Poi invece qualcosa, probabilmente il tuo silenzio, mi ha bloccata e convinta che sarei stata una nullità comunque. Ho rincominciato a fregarmene ed ora eccomi qui un anno dopo, peggio di prima, senza alcuna voglia di fermarsi. Voglio diventare un fenomemo da baraccone probabilmente.
E nel frattempo guardo quelle foto in cui mi vedevo sempre troppo grassa ed ora mi accorgo di quello che gli altri vedevano. Che il corpo si era affinato, la vita ristretta, le gambe normalizzate. Ed avevo uno sguardo nuovo, di quelli delle ragazze che scoprono per la prima volta cosa significhi essere donne.
Bando alle ciance, fanculo questo post.
Riprenderò la mia dignità molto presto.
Nel frattempo, fanculo.

lunedì 25 gennaio 2010

Le tende vermiglie parlavano di noi.



Le luci sputavano pioggia su Milano.
Negli appartamenti di Venezia si rischiava di affogare tra i nostri liquidi organici.
Quando sognavi quella neve a Ferrara.
Il ritmo marziale dei cuori che esplodono.
Avevi la pelle colorata dal monossido di carbonio, la stufa non è mai stata nostra amica. Mi dicevi che avremmo vissuto per sempre in quella camera, le tende vermiglie parlavano di noi.
L'ossessivo rasentava la follia.
Fanculo l'oroscopo e i caratteri decadenti delle sette di sera.
Le previsioni meteorologiche che ti facevano impallidire le labbra.
Prendi un'aspirina, osservala sciogliersi nel fragore frizzante del principio attivo.
E fuori piove e tu vorresti essere lasciata stare, sai in quei vicoli dove prima o poi vanno a morire i cani.
E di studiare non c'era verso. Strapparsi i capelli e riattaccarsene altri cento.
Sarai per sempre il mio sovversivo amore, te ne rendi conto?

sabato 23 gennaio 2010

Il cuore nell'esofago.




Ed era qualcosa di imbarazzante sentirsi il cuore nell'esofago.
Il problema è scoprirsi a provare vergogna non del mondo ma di sè stessi.
Mi mangiavo le mani mentre mi blateravi di come covariano insieme La Nina e la Pinta.
Fiorucci aveva la passione di ripetere Celebrities ogni due per tre.
Tu masticavi qualcosa che sapeva vagamente di menta.
Avevi degli occhi che colavano fuori tipo piombo.
A correre sui binari si rischia di inciampare e la Locomotiva arrancava tra il vapore, tra le porte indecifrabili da decrittografare e nel viavai frenetico delle scale mobili e degli scalini a griglia degli Eurostar, destinazione la città incivile, prendete il biglietto e la maschera antigas in cui coagulare senza far rumore.
Poi ti saluto sorridendo e cercando di nascondere la colonna vertebrale e le mestruazioni.
Abbiamo bisbigliato maldestramente prima che si scollassero tutti gli umori ippocratici dalle tasche e inserissimo la terza.
Infine le porte di plexiglass hanno inghiottito le parole e la notte ha ripreso a carburare, ingranaggi ticchettavano, le strozzature nella gola si sono colmati, i benefici degli anni dieci che mi parevano tutti ingloati nella visione elettrificata di una qualche centrale alle porte di una città anonima, metallo e kilowatt, la tua voce al telefono, non sto sentendo, non sto pensando. E sai di star vivendo, by heart, come dicono gli inglesi, loro non dicono a mente, parlano di cuore c'è una inalienabile differenza.
Ebeti sorridiamo alle lune di latta che ci sono state promesse.
Intanto alla stazione sbuffavano in cinquecento, le sigarette scarseggiano, la tua dialettica non veniva meno e mi guardavi con un'aria da scienziato pazzo. Avrei voluto essere vento, invece sorridevo al nulla respirando piano.

martedì 19 gennaio 2010

L la vendetta.

Sarà che non ho dormito bene durante queste notti e probabilmente il sonno diventerà regolare solo dopo giovedì e solo giovedì notte, ma oggi mi ha preso la malinconia più nera, oltre la totale incapacità di relazionarmi normalmente con il mondo. Ho aggiornato la libreria dell'ipod, mi sono detta, perchè non mettere pure The Dresden Dolls?
Non avrei dovuto farlo, perchè ora appena sotto la cassa toracica o gabbia o comunque voi la chiamiate c'è come un vuoto che mi impedisce di respirare, e brucia, ed appare ogni volta che ricordo nel bene o nel male qualcosa o qualcuno a cui ho tenuto particolarmente, davvero.
Sai L, in fondo credo che ti vorr bene nonostante tu sia sempre stato il peggiore dei miei amici. Quello non presente fisicamente, era tecnicamente impossibile che tu fossi al mio fianco, ma ci sei stato, o voglio illudermi che sia stato così, almeno per un periodo. Anche se lo so, mi scaricavi addosso le tue ansie e malumori e io li metabolizzavo per entrambi, spesso finendo a soffrire io in silenzio, per una malsana, morbosa empatia. Sai L, hai gusto per i gruppi musicali, mi mancano le canzoni ricevute dall'alto, quelle in russo spinto e le cover dei sex pistols made in islam e le incomprensibili ballate greche che poi non ascoltavo per scetticismo radicato da qualche parte sotto la milza.
Insomma L, mi manchi, ma ho una mia dignità e non cerco più nessuno, soprattutto i bastardi dichiarati del tuo calibro.
Non parliamo di bastardi, perchè la lista potrebbe estendersi alfabeticamente anche alla lettere seguente la L, non la nomino solo per il rispetto che provo nei confronti di siffatta lettera. Sono dopotutto la fondatrice del Mismo.
Oh.
Devo cercare il libretto, a proposito.
Vado a far smettere di sanguinare i pensieri sgranocchiando qualcosa di ipercalorico.
Tanto già sono abbastanza rotonda da non poter diventare peggio di così.

sabato 16 gennaio 2010

Piromani si muore.

Ruotavano tutte le stelle. Ci trafiggevano, schizzando tra i plotoni interminabili di lampioni. Sai le lampadine al fosforo che stimolano la risposta immunitaria di secondo tipo, la memoria. Ti parlavo di prioni e anticorpi con il sorriso stampato sulle labbra. E' indescrivibile la sensazione di scoprire che ammassi molecolari semimicroscopici sono più intelligenti degli esseri viventi. Noi che andiamo apparentemente contro il secondo principio della termodinamica ma che tuttavia seguitiamo ad appestare queste strade sbilenche con discorsi presocratici e postromantici che sanno di fumo. Avevo gli abiti sdruciti che sapevano di cannella. Le scarpe no. Umide, malformate dalla pioggia e dai mesi. Le avrei sbattute fuori nel grande bidone giallo, con il disegno della suora con i baffi che ci caccia dal refettorio e con te, che non mi rispondi e probabilmente pensi che sia giusto così.
Poi mi parli degli enzimi che smaltiscono l'etanolo e che derivano in parte dai mitocondri e lavorano più lentamente degli altri, è per enzimi con alcune mutazioni diverse e per la loro concentrazione che ognuno si ubriaca quando cazzo gli pare.
Gli enzimi più ubriachi di me e te messi insieme quando non ci si abbottonano più i pantaloni. I santi in paradiso specialisti dei rimedi per sifilide lebbra e peste. La triade procede secondo uno schema preciso, quello del consumarsi preferibilmente entro il e del leggere il foglietto illustrativo. Le prescrizioni e le proscrizioni. Dobbiamo andare a far la spesa all'Esselunga, questa città ci sale sulle ginocchia ubriacandoci di nebbia. Ma quanto fa piangere l'Antologia di Spoon River. E non capisco perchè ogni essere del pianeta si senta in dovere di commentare quando mi vede con una sigaretta. Poi mi lacrimavano gli occhi, ma era troppo compromettente piangere, lì davanti, in quel momento, storia della medicina non aspetta.
Dovrei passare più tempo in biblioteca che alla macchinetta del caffè.
Gli schizzati dopotutto finiscono a dormire sulla collina.
E Roberta mi scrive in commenti puramente casuali estratti da campioni ben distribuiti sulla popolazione che in vino vomitas e piromani si muore.

venerdì 15 gennaio 2010

Come quando eravamo a Milano.

Poi tagliarono i fondi, le conversazioni via internet vennero meno e mi buttai a capofitto sulle formule chimiche tentando un contatto intimo con la statistica con scarsi risultati. Respiravo nebbia e parlavo vagamente di disfunzioni ormonali e mestruazioni al telefono, masticando schifezze per allenare la mandibola. Mi crollavano tutti i miti dal soffitto e i citofoni non avevano abbastanza voce per parlarti. Dopotutto abbiamo deciso di smaltirci, la raccolta differenziata impedirà l'arresto del mondo nel 2012.
Qualche volta si passeggia, verso le nove e mezza di sera, vagabondando per le viuzze tutte uguali di Milano costellate di locali squallidi che sanno di sconfitta. Non so se consegnarmi volontariamente o attendere che mi scovino divorata dai pastori alsaziani.

sabato 9 gennaio 2010

Vuota.

Rabbia. E poi dicevi che Le colline hanno gli occhi era solo il titolo di un film. Illusa, delusa, livida, astiosa. Prendo un giornale e l'accartoccio per tedio. Vaffanculo insomma. Poi non vuoi uscire perchè fa freddo. Ma vaffanculo pure a te. Mi mancherai dopotutto. Anche tu. Non dire queste cazzate. Poi spiegazioni e accuse e scuse senza ritorno e andiamo a sfasciarci d'alcol e amore all'Hotel Supramonte, dove le tapparelle chiudono due occhi perchè la notte è ancora lunga e siamo i padroni del tempo, hic et nunc, domani è un altro giorno. Fottiti pure tu Via col vento. Poi domani tornare in quella bolgia. Dove i fiori sono tumefatti e i garage sono arte neoclassica. Mi si spaccano le labbra al sol pensiero.
Tutti a morire di freddo alla stazione centrale, a ignorare il riflesso dello specchio, nascondere quel cazzo di vetro riflettente che poi scopri è un condensatore se ben ricordo con un drappo cremisi.
Mi si sono incollati i capelli al viso, rossa di vergogna. E voi ridevate di me. Sputtanate anche tutti i miei segreti, tanto io gioco al cellulare.
Mah.
Se non altro V. mi ha fatto morire.
"Emme, ma tu lo sai che sono gay?"
"Noooo!"
"Ah beh. E lui è il mio ragazzo"
"Auguri"
Per due secondi vederti solo per sentirmi più idiota del solito.
Ma dopo mi chiedo se in me c'è qualcosa di sbagliato. Sono solo una melodrammatica cronica. Incurabile. Quando mi pareva necessario essere in quella piazza innevata a parlarti degli inverni e poi in un secondo, d'accordo dopo un anno, eccomi di nuovo sulla giostra a struggermi per questo maledetto. Niente.
E' normale che si annulli tutto e ricominci da capo, cambiano i visi e le situazioni ma è sempre la stessa merda?
Ho paura di essere semplicemente vuota.
E lo sono. Eccome se lo sono.

Cavità Amniotiche.




Le cavità amniotiche delle tue lettere rimandano alle cavernose cabine delle fototessere in cui mi era sembrato di vederti e ti avevo parlato e forse ti ho perfino detto che piromani si muore e si muore per delle idee vabbè ma di morte lenta. Quando ti ostini a trascendere il senso letterale per regolare l’orologio analogico così ci catapultiamo in orario nel futuro e distribuiamo goldoni all’entrata di uno squallido autogrill. E i maniaci alcolizzati ti fanno biglietti e chiedono qualcosa in cambio e se bisbigli in russo loro svaniscono nel buio del loro alito mefitico. E dopo forse ti inseguono e se sei fortunata non ti prendono. Questa città fallocentrica basata sull’Esselunga. Una borghesia di procioni addestrata a tagliarsi le vene, a ricamare tumori di stoffa per rialzarsi dalla crisi e rincasare con un pezzo di cioccolata perché è l’anniversario della nascita dell’inventore delle nacchere. Che dopo nei cappotti di lana il senso di riconquistare lo spazio te lo spiegano in un istante le dritte di Paolo Fox. Ma noi avevamo gli occhi troppo secchi e De Andrè era anche lui ad impiccarsi in garage recitando in un amabile genovese le poesie di Vian. Addentare i reciproci malumori perché la statistica poteva farci meno male. E non stupirti che la mediana ci taglierà a metà i polsi e sentirai la media dei tuoi pensieri sballata verso ovest senza contare che non eri in grado di spiegarmi perché l’alcol ruba il posto alla cassa veloce né cosa avevo fatto per prendere la tubercolosi mentre biondeggiavano le pagine gialle nei campi bianchi. Parlami ancora di quando hai urlato al cielo che stavamo tutti affogando

Non Solum, Sed Etiam.

Mi sono lavata i capelli.Stronfinando come se dovesse uscirmi il sangue da ogni poro.
Hai mai avuto la sensazione di essere affetto dalla lebbra?
Scarnificavo le immagini che baluginavano sul vetro. Istantanee improvvise. Vorrei che la mia mente fosse solo meno affollata, una volta tanto. Sto perdendo coscienza del latino, quando inizi a vacillare sulle declinazioni e sul numero delle u in una parola allora è la fine, stai diventando scemo.
Ed io sto diventando scema, ma non avevo sospetti a riguardo, era lampante Watson e non saranno le tue obiezioni a farmi cambiare idea.Rinuncio al senso comune, e parto per la città incivile. Domani.Lontano da tutte le persone che amo.Non che sia particolarmente affettuosa con parenti e amici, anzi, se vivessi in un romanzo probabilmente sarei la malata di mente di turno che rifiuta ogni forma di contatto, avete presente la madre di Consalvo dei Vicerè?
Però, mi bastava vederli per sentirmi bene. Insomma.
Ho in programma di ubriacarmi, non ho alcuna fiducia in questa sera però.
Poi ho capito che sono l'unica che io conosca a mantenere la parola data.
Dammi una sigaretta Copenaghen.